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DOPO I MORTI DI NASSIRIYA

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Altri testi utili per approfondire: Omelia del card. Ruini, Una guerra da vincere con la fede di Giorgio Vittadini, Lettera agli italiani di Andrč Glucksmann

Gli eventi di questi giorni hanno riportato alla ribalta, sia pure con toni più sommessi e con uno scenario nazionale e internazionale decisamente mutato, il problema - attualissimo qualche mese fa - della pace e della guerra, soprattutto del terrorismo e degli strumenti più idonei - o meno inidonei - per fronteggiarlo. Soprattutto in casa cattolica, sono emerse di nuovo le due anime principali: un'anima pacifista e un'anima pacificatrice.
La prima, qualche mese fa, alla vigilia della guerra in Irak, sembrava avere una legittimazione anche da parte vaticana e si presentava vincente: sulle piazze, con le bandiere arcobaleno ai balconi e alle finestre, sui massmedia. Il movimento pacifista cattolico è ormai giunto alla posizione della illegittimità della guerra in sé e non solo alla condanna, ovvia, della guerra preventiva. Tale posizione preferisce parlare, in genere, di pace come utopia e ritiene che ogni altra posizione costituisca un tradimento del Vangelo e un allontanamento dai pronunciamenti dell'attuale Papa. Tende anche a ritenere ormai superata la dottrina tradizionale cattolica della "guerra giusta", ancora contenuta nel Catechismo della Chiesa Cattolica, sia pure esposta con altra terminologia, quella del "diritto alla legittima difesa" (così si esprime ancora il Vaticano II nella Gaudium et spes, al n. 79), con tutte le strette condizioni che la possono giustificare.
La seconda anima, quella pacificatrice, non va certo confusa con l'"ideologia della realpolitik della guerra inevitabile" (l'espressione, di qualche giorno fa, è del card. Scola, patriarca di Venezia). Tale anima predica la necessità di compiere ogni sforzo possibile per costruire la pace: ma appunto preferisce il linguaggio e l'"offensiva" di una paziente costruzione, da incarnare dentro alle inevitabili e impreviste difficoltà del vivere, anziché il linguaggio dell'utopia e di una pace urlata nelle piazze. Questa posizione ha ripreso forza, almeno in Italia, dopo la morte dei nostri militari e civili a Nassiriya. Ci si è accorti, infatti, che indossare una divisa militare non è in contraddizione con la pace da costruire e nemmeno con la professione della fede cristiana: nonostante qualche voce discordante, stavolta i vertici della Chiesa cattolica sembrano usare un altro linguaggio rispetto a qualche mese fa. Subito dopo l'attentato a Nassiriya, il 12 novembre, lo stesso Giovanni Paolo II, in un telegramma al Presidente Ciampi, esprime "la più ferma condanna per questo nuovo atto di violenza" (in ciò distanziandosi da tutti coloro che legittimano le azioni terroristiche in Irak come azioni di "guerriglia da resistenza"") e non ha timore ad affermare che "i carabinieri e i soldati italiani hanno perso la vita nell'adempimento generoso della loro missione di pace" (sconfessando che la forza militare sia, in quanto tale, perversa ai fini della costruzione della pace). A ruota, e non certo in contraddizione, la posizione del card. Ruini durante l'omelia ai funerali il 18 novembre: "Non fuggiremo davanti a loro [i terroristi assassini], anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione". La reazione composta dei militari feriti, delle famiglie colpite dal dolore, di tanto popolo italiano dice che il tema della pace è sentito da tutti, ma che è anche più complesso rispetto alla semplificazione di : "guerra sì o guerra no". La volontà di restare o di andare in Iraq è avvertita, oggi, come un dovere morale: per non abbandonare quel popolo alla mercè delle bande estremistiche e per impedire ogni forma di resa alla violenza del terrorismo che ormai minaccia tutti, comprese le popolazioni musulmane.
Mi ha molto colpito un'editoriale di Marina Corradi su Avvenire del 13 novembre: citando Andrè Glucksmann (filosofo francese, che qualche giorno dopo, sul Corriere, ha scritto una Lettera agli italiani, tutta da leggere), la Corradi osserva che "gli europei credono che basti dire 'no alla guerra' per esserne al riparo. Gli europei non la vogliono sentir nominare, ma la guerra è là, non ha mai lasciato il nostro orizzonte, e bisogna saperla guardare negli occhi… Questo terrorismo pare volere solo distruggere, pare la nuova forma del nichilismo nella storia". Ci sono due espressioni che voglio riprendere.
La prima: "bisogna saper guardare la guerra negli occhi". Sì, i nostri morti italiani a Nassiriya ci hanno svegliato dal sonno e dal sogno dell'utopia e ci hanno riportato alla realtà. Alla realtà non solo di una guerra "classica", ma di una guerra "nuova", inedita, qual è quella del terrorismo, che ha bisogno di strade e di strumenti nuovi. Certo, fin che il terrorismo colpisce le Twin Towers di New York, noi europei ci siamo illusi di essere, codardamente, al riparo dalla violenza terroristica. Ma in questi giorni il terrorismo ha colpito ormai l'Occidente (a Bagdad: l'Onu e la Croce Rossa internazionale) e l'Europa: gli italiani a Nassiriya, a Istanbul ha colpito gli ebrei, i turchi, gli inglesi. Le prossime vittime forse - come si minaccia - saranno in casa nostra, sul nostro suolo europeo, di cui Istanbul è già l'avamposto. Forse il terrorismo sta pensando ai nostri simboli più forti: se facessero un attentato alla Torre di Londra, o alla Tour Eiffel di Parigi, o in piazza San Pietro a Roma, come reagiremmo, come dovremmo reagire noi europei? Con le bandiere arcobaleno? Guardare in faccia alla guerra non significa essere barricadieri e guerrafondai; piuttosto, significa non abbandonare il "principio di realtà". La Chiesa ha saputo dire parole molto forti, che fanno appello alla responsabilità e non favoriscono certo la fuga e la diserzione: come non ricordare il celebre grido di Giovanni Paolo II contro la mafia ad Agrigento? O il forte monito alla Comunità internazionale, sempre dell'attuale Papa, per una "ingerenza umanitaria" che fermasse le violenze della guerra civile nei Balcani? E di fronte al "tiranno" (Hitler, Stalin), chi oserebbe mai contestare che la posizione pacifista radicale appare e può costituire una forma di acquiescenza al male e non risulti invece più legittima una "lotta di resistenza", che è stata esaltata - anche in Italia alla fine del secondo conflitto mondiale - anche nella sua versione "armata"? Insomma, la parola pace non è un'idea astratta, né un concetto neutrale, né un'utopia surreale: promuoverla può significare anche difenderla, e la si difende se non si fugge dalla realtà, ma ci si assume la responsabilità di "fronteggiare" (per usare le parole di Ruini) la guerra, la violenza, il terrorismo, come, mi pare, ha cercato di fare l'Italia con le missioni umanitarie, condotte dalle forze militari, in corso in varie zone del mondo. Glucksmann ce lo ha ricordato con dignità: l'Italia è avanti rispetto a tanta parte dell'Europa. Riconosciamolo: l'Europa è latitante da troppo tempo. Di fronte alle tragedie di Sarajevo, dell'Algeria, del Rwanda, dello stesso Kosovo - con l'intervento, salutato allora come provvidenziale, promosso dall'America di Clinton, e con la latitanza perfino dell'Onu - che cosa ha fatto l'Europa? E' stata vergognosamente a guardare e ha preferito farsi gli affari propri. Certo non sono così ingenuo da pensare che Bush, l'America e la Gran Bretagna, nel dichiarare guerra all'Iraq, o meglio al regime di Saddam Hussein, non abbiano avuto e non abbiano degli interessi da difendere; ma non sono nemmeno così ingenuo dal ritenere motivata da nobili ideali di pace la posizione di Schroeder e soprattutto di Chirac. Non c'è nulla di peggiore della posizione pacifista o neutralista, ove questa nascondesse bassi interessi di bottega in nome del nobile ideale della pace. Non può non rincrescere che l'Europa sia stata incapace di operare una scelta comune di fronte alla situazione in Iraq. Ci si lamenta poi dello strapotere dell'America: in realtà dovremmo lamentarci della debolezza dell'Europa.
La seconda espressione usata dalla Corradi: il terrorismo come nuova forma del nichilismo. Aggiungo, provocatoriamente: il terrorismo, in quanto forma del nichilismo (per cui tutto può essere distrutto, tanto è forte nel terrorista la voluptas moriendi, la voglia di morire, come la voluptas necandi , la voglia di uccidere) rischia di stravincere laddove trovasse una concezione debole e languida della vita. Il nichilismo terrorista alligna laddove c'è il nichilismo culturale, l'apatia esistenziale, il cinismo di massa, come anche l'ottimismo ingenuo, l'idealismo a buon mercato: ma come stiamo, noi occidentali, a salute spirituale? La diagnosi che Giovanni Paoo II ha fatto degli europei nell'Esortazione Apostolica Ecclesia in Europa, uscita nello scorso giugno, è lucida in proposito: "L'aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l'uomo, per cui non c'è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per lo sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell'edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana" (n.9).
Insomma, non riesco a scacciare la sensazione che certo pacifismo sia il prodotto della cultura borghese e salottiera di certo Occidente, preoccupato più di salvare se stesso, che delle sorti del mondo: un Occidente che vuole essere lasciato in pace per conservare (fino a quando?) il proprio processo vitalistico e il proprio piccolo benessere. La pace ideologica e astratta, che non richieda sangue, ossia sacrificio personale e comunitario, assunzione delle proprie responsabilità, educazione alle cose supreme della vita, immersione nelle dinamiche della storia (non per rimanerne vittime, ma per orientarle e risolverle al meglio), esercizio di vera azione politica, rispetto del diritto internazionale, difesa e promozione dei diritti fondamentali della persona umana (come diceva già Giovanni XXIII nella Pacem in terris) non solo è improponibile e irrealizzabile, ma rischia, anche contro voglia, di aprire la strada alla violenza e all'ingiustizia. Pace dunque con tutti gli sforzi possibili, ma non a qualsiasi prezzo. L'impegno per la pace non può non tenere conto della realtà del male (che è dentro di noi, prima che accanto a noi), della realtà del dolore e del limite, di quella ferita profonda che il linguaggio della nostra tradizione cristiana chiama "peccato originale", da cui è venuto a salvarci il Figlio di Dio. Noi viviamo ancora nella fatica della storia e non possiamo comportarci come se fossimo già nel mondo beato di Dio. La pace è dono di Dio, ma da accogliere e da vivere nella responsabilità degli eventi storici, senza fughe, senza pavidità, senza diserzioni. E' il paradosso concreto della posizione cristiana, da non confondere né col bellicismo guerrafondaio, né con il pacifismo utopistico. La posizione cristiana sa tendere all'ideale senza mai dimenticare il reale. O, se si preferisce, mette in gioco l'ideale, ma sempre dentro la realtà: diversamente siamo all'ideologia. E non c'è nulla di più dogmatico e di più pernicioso come la posizione ideologica, soprattutto quando fosse ammantata di evangelismo o comunque di verniciature religiose. Ecco perché la posizione cristiana è difficile da definire una volta per tutte: perché ti costringe a prendere atto della realtà che è sempre storicamente cangiante e ti mette in gioco senza offrirti soluzioni prefabbricate e ti apre a prospettive e a tentativi sempre nuovi, attivando fino in fondo la responsabilità della tua fede cristiana e della tua umanità, dentro alle circostanze concrete della vita. Questo spiega anche tante posizioni di Giovanni Paolo II, che potrebbero apparire altalenanti o anche contraddittorie, se fossero semplificatoriamente lette come "teorie ideologiche". No, il cristiano risponde "qui e ora" agli appelli di Dio nella storia: questa è la bellezza e l'impegno dell'esser cristiani. Come ricordava già Paolo VI, nel suo ultimo Messaggio per la Giornata della Pace del 1 gennaio 1978: "La Pace non è sogno puramente ideale, non è un'utopia attraente, ma infeconda e irraggiungibile; è, e dev'essere, una realtà; una realtà mobile e da generare ad ogni stagione della civiltà, come il pane di cui ci nutriamo, frutto della terra e della divina Provvidenza, ma opera dell'uomo lavoratore. Come non è la Pace uno stato di atarassia pubblica, in cui chi ne gode è dispensato da ogni cura e difeso da ogni disturbo, e può concedersi una beatitudine stabile tranquilla, che più sa d'inerzia e di edonismo, che non di vigore vigilante ed operoso".

Don Alberto Franzini
Parroco della parrocchia di S. Stefano
22 novembre 2003

 

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