Parrocchie di Santo Stefano e San Leonardo
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COMUNICATO DEL 31 OTTOBRE 2007

Il Papa ai farmacisti:
diritto di obiettare
Ha suscitato reazioni il discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso Internazionale dei farmacisti cattolici il 29 ottobre scorso. Perché? Ha semplicemente tutelato il grande valore della vita, riconsegnando il diritto sacrosanto all’obiezione di coscienza, già previsto dalla legge italiana

Un discorso breve e denso, dalle parole ferme e misurate – quello di Benedetto XVI ai farmacisti cattolici di tutto il mondo – teso a frenare la dilagante “anestetizzazione” delle coscienze che caratterizza il nostro tempo e che trasforma le domande etiche fondamentali in questioni puramente farmacologiche o commerciali. La posta in gioco è alta: è legittima l’obiezione di coscienza? Sì, risponde il Papa. Quando si è davanti a norme e a leggi che consentono il deprezzamento e l’uccisione della vita umana, allora anche “il farmacista deve invitare ognuno a uno scatto di umanità”, in quanto i medicinali sono chiamati a “svolgere il loro ruolo terapeutico”. Ecco perché il Papa – ed è il pensiero che ha fatto discutere di più – ha parlato dell’obiezione di coscienza come di un “diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione, consentendovi di non collaborare, direttamente o indirettamente, alla fornitura di prodotti aventi per scopo scelte chiaramente immorali, quali ad esempio l’aborto e l’eutanasia”. Apriti cielo! Dai soliti pulpiti si è gridato all’ingerenza della Chiesa nella società italiana (dimenticando che il Papa stava parlando ad un Congresso internazionale!), si è gridato alla violazione del diritto statuale, che sarebbe l’unica e ultima istanza per ogni cittadino.
Qui bisogna fermarsi e riflettere.
Primo. Il diritto all’obiezione di coscienza è previsto – stando all’Italia – nel nostro stesso ordinamento giuridico: vedi ad esempio l’art. 9 della legge 194/1978 e l’art. 16 della legge 40/2004. Dunque, i critici delle parole del Papa vadano a rileggersi e a ristudiare le normative italiane, prima di gridare allo “scandalo” di un Papa che oserebbe incitare alla “disobbedienza civile”, travalicando la propria missione. Al ministro Livia Turco che, in una intervista, ha solennemente ribadito che “i farmacisti devono rispettare la legge”, va ricordato che l’obiezione di coscienza in tema di aborto e di fecondazione assistita è prevista dalle nostre stesse leggi e che l’eutanasia è ancora illegale in Italia. Se il legislatore ha previsto, in questioni così fondamentali come quelle riguardanti la vita umana, l’obiezione di coscienza, è segno che nel campo etico i valori della coscienza hanno un peso che lo Stato ha deciso di rispettare.
Secondo: chi ha un po’ di dimestichezza con le questioni giuridiche, sa che il diritto positivo (ossia una legge dello Stato) deve fondarsi sul diritto naturale, pena la sua delegittimazione sostanziale. Del resto, coloro che si sono scandalizzati delle parole del Papa provengono in genere da quella stessa cultura che negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso aveva fatto dell’obiezione di coscienza al servizio militare il proprio cavallo di battaglia, invitando proprio alla “disobbedienza civile”. Se è giusto dire di no alle armi in quanto sono ritenute “mortifere”, perché mai si dovrebbe dire di sì a comportamenti e a farmaci che provocano la morte? Del resto, perché mai si può “disobbedire al tiranno” – il che può legittimare la “resistenza civile” e perfino “armata” (come è successo in Italia fra il 1943 e il 1946) – e invece si dovrebbe “obbedienza cieca” a una legge dello Stato, quando questa chiaramente presentasse tratti ritenuti eticamente immorali? Vogliamo forse legittimare lo Stato etico? Lo Stato come fonte dell’etica? E se non tutto ciò che è morale è anche legale, vale anche il contrario: non tutto ciò che è legale è necessariamente morale. Educare alla legalità? Certamente. Ma occorre anche e soprattutto educare alla moralità: perché laddove c’è una coscienza educata ai valori supremi del vivere umano è decisamente più facile un corretto rapporto con la comunità e con le sue giuste leggi. Ma dove c’è soltanto ossequio formale e obbedienza legale, sono possibili tutte le barbarie e tutti i crimini, come la storia abbondantemente dimostra.
Terzo. E’ almeno strano che, in una cultura come la nostra dove l’opinione pubblica e tanti movimenti politici e culturali hanno maturato la condanna della pena capitale (perché nemmeno a un criminale si può togliere il sacrosanto diritto a vivere e l’opportunità di cambiare vita), ebbene si critichi il Papa, che vuole, coerentemente, “estendere” il diritto a vivere dal concepimento alla morte naturale, per tutti coloro che, oltrettutto, non si sono macchiati di alcun grave crimine. Ma non c’è contraddizione? Non c’è ipocrisia in tutto questo?
Quarto. E’ stato decisamente trascurato il monito del Papa al principio di “solidarietà in campo terapeutico”, secondo il quale si deve “consentire un accesso alle cure e ai medicinali di prima necessità a tutte le fasce della popolazione e in tutti i Paesi, in particolare alle persone più povere”.
Quinto. E’ passata quasi sotto silenzio anche la riflessione forse più importante del Papa circa la deontologia del farmacista, il quale non può certo essere ridotto al rango di puro “commerciante” di farmaci, ma è chiamato a fare da “intermediario” tra il medico e il paziente, e dunque a svolgere “un ruolo educativo nei confronti dei pazienti per un giusto utilizzo dei medicinali e soprattutto per far conoscere le implicazioni etiche dell’utilizzo di alcuni di essi”. Insomma, sembra dire il Papa, quando sono in gioco valori così fondamentali come quello della vita, allora ogni informazione o è “educativa”, oppure, se il valore della vita non viene ricordato o promosso o viene banalizzato, diventa necessariamente “diseducativa”. E Dio sa quanto grande oggi è la responsabilità educativa di tutti coloro che sono chiamati in qualsiasi modo ad esercitarla, senza mai abdicarvi, nemmeno in nome della legge.
In certe reazioni al discorso di Benedetto XVI si può notare la difficoltà di coniugare insieme la libertà dell’uomo – che in fondo è libertà di scelta fra bene e male, fra verità e menzogna – e il determinismo dell’ideologia. Le società totalitarie e nichiliste – che vivono sull’enfasi della razza o dello stato o del partito o della legge – possono essere sconfitte solo dal riconoscimento della dignità e del valore della persona umana, che è libera di perseguire il bene e quindi di opporsi al male. La storia, anche quella recente dei totalitarismi del secolo scorso, insegna che il vero rinnovamento della società è sempre stato avviato e promosso da chi – cristiano o non cristiano, religioso o perfino ateo – ha comunque messo al centro il valore della persona, scegliendo il vero bene morale dell’uomo, anche incontrando resistenze e persecuzioni.

Don Alberto Franzini

Casalmaggiore, 31 ottobre 2007


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