Parrocchie di Santo Stefano e San Leonardo
Casalmaggiore
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COMUNICATO DEL 24 MARZO 2007

NO DI 200 MEDICI CREMONESI ALLA SENTENZA DEL PROPRIO ORDINE PROFESSIONALE SUL CASO WELBYWELBY
I medici, tanti medici, si mobilitano contro il proprio Ordine, reo di aver "sdoganato" la strada verso l'eutanasia. Succede a Cremona, dove duecento camici bianchi ieri hanno presentato un documento al presidente del loro Ordine provinciale per dire un secco no ad altri casi "Welby". Di fatto, è una severa critica ai vertici della categoria che il primo febbraio scorso, nell'ambito di una Commissione disciplinare istituita ad hoc, ha giudicato deontologicamente corretto l'operato del dottor Mario Riccio, l'anestesista che nel dicembre scorso ha staccato la spina a Piergiorgio Welby. Archiviato quel procedimento, ora i medici di Cremona fanno sentire la propria voce e dichiarano di non riconoscersi nelle deliberazioni unanimemente espresse dalla Commissione Disciplinare. Tra i primi firmatari, i medici Paolo Emiliani (chirurgo), Alessandro Inzoli (oncologo), Claudio Maffini (psichiatra), Franco Pecchini (neurologo), Alberto Rigolli (ginecologo) e Paolo Votta (chirurgo). I medici richiamano con convinzione il fatto che il principio d'autodeterminazione del paziente sancito dal codice deontologico della professione medica agli articoli 20 e 35 non può prevaricare il presupposto dell'inviolabilità della vita umana che è garantito dalla Costituzione.Pubblichiamo INTEGRALMENTE il testo della lettera.

Cremona, febbraio 2007

Egregio sig.Presidente,
in riferimento alle conclusioni assunte dalla Commissione disciplinare dell’Ordine da Lei presieduta, riteniamo che non siano stati dissipati, dal punto di vista deontologico, i dubbi che sin dall’inizio hanno circondato la morte del sig. Welby.

In particolare:
Riteniamo che il principio di autodeterminazione del paziente - art.20 e 35 del codice deontologico - non possa prevaricare il principio della inviolabilità della vita umana, costituzionalmente sancito, che rappresenta il fondamento non solo della professione medica, ma più in generale, dello stato di diritto;
Riteniamo che la professione medica non debba subire una deriva di tipo contrattuale tale da rendere il medico mero esecutore dei desideri espressi dal paziente –fra malato e medico infatti deve crearsi un’alleanza terapeutica all’interno della quale il medico è chiamato ad agire in scienza e coscienza;
Riteniamo che debba essere ribadito con forza che la relazione medico paziente non può mai essere orientata a procurare la morte del paziente (art 17 del codice deontologico:” il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte”) ;
Riteniamo lesivo della nostra deontologia il fatto che la professione medica, specialmente quando si faccia carico del paziente terminale, cronico o gravemente disabile, si presti a spettacolarizzazioni mediatiche e a campagne strumentali per la legalizzazione di pratiche eutanasiche espressamente vietate dal codice deontologico ;
Riteniamo che sia stato quantomeno discutibile qualificare sostegni vitali essenziali ed efficaci- come respirazione assistita, alimentazione e idratazione- alla stregua di terapie inefficaci, futili, o sproporzionate, soprattutto dopo il noto pronunciamento del Consiglio Superiore di Sanità;
Riteniamo che in attesa di conoscere le esatte cause di morte del sig.Welby, per prudenza non si sarebbero dovuti emettere giudizi capaci di condurre ad un paradossale conflitto fra una condotta medica giudicata ’deontologicamente ineccepibile’ e diritto penale;
Riteniamo che la vicenda Welby presenta aspetti che dovevano lasciare quantomeno spazio ad un ragionevole dubbio, tenuto conto anche delle funzioni di indirizzo dei pronunciamenti dell’Ordine;
Riteniamo che le decisioni assunte contraddicano la bimillenaria tradizione ippocratica che ha reso possibile lo sviluppo della medicina così come oggi la conosciamo e la pratichiamo, a partire da una concezione che riconosce valore alla vita umana quale che sia la sua condizione .


Pertanto i sottoscritti medici non si riconoscono nelle deliberazioni unanimemente espresse dalla Commissione Disciplinare del proprio Ordine di appartenenza


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