Parrocchie di Santo Stefano e San Leonardo
Casalmaggiore
Provincia e Diocesi di Cremona

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Il 9 aprile 2006, Domenica delle palme, si costituito l'UFFICO STAMPA della parrocchia attraverso il quale il parroco e gli organismi parrocchiali manifestano le proprie valutazioni e riflessioni sui maggiori temi della vita ecclesiale e civile.

 

COMUNICATO DEL 6 GENNAIO 2007


Nel mese di dicembre 2006, l'opinione pubblica è stata provocata dal caso Welby, un malato in condizioni di salute molto gravi. Provato dalla sua situazione egli ha chiesto, anche al Presidente della Repubblica Napolitano, di poter morire. Un anestesista, infine, dopo averlo sedato ha "staccato la spina". Welby è morto. Il vicariato di Roma ha negato la celebrazione religiosa delle esequie. Questa la riflessione di don Alberto comparsa sul settimanale diocesano "La Vita Cattolica" di giovedì 4 gennaio 2007.

Perchè non il funerale religioso?

Come mai – mi sono chiesto, dopo un primo disagio – la Chiesa è arrivata ad usare la “mano forte”, incontrando sconcerto anche e soprattutto al proprio interno? Come mai questa decisione, così “scorretta politicamente” nel clima buonista e umanitaristico di oggi? Il Vicariato di Roma ha motivato la sua decisione richiamando alcuni numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica, dove si afferma: che nessuno deve disperare della salvezza eterna; che l’eutanasia è gravemente contraria alla legge morale; che un gesto che si può configurare come rifiuto della propria vita (dunque il vero e proprio suicidio) è ancor più grave quando si carica anche della gravità dello scandalo, ossia quando fosse compiuto come “esempio”, come scelta lucidamente fatta con l’ausilio di tutto un palcoscenico mediatico, che ha tolto ogni doverosa pietas, ogni doveroso rispetto al soffrire e al morire di Welby. Ma le riflessioni, in me, sono andate oltre. E mi sono fermato su un paio di pensieri.
Il primo. Con questa decisione, la Chiesa ha inteso anzitutto rispettare la libertà di un uomo che davanti all’opinione pubblica ha ripetutamente espresso la sua volontà che gli fosse abbreviata la vita: quella vita che, nella visione cristiana, è invece un dono di Dio, indisponibile all’uomo, dal primo all’ultimo istante. La non concessione del funerale religioso, che è avvenimento pubblico, è una presa d’atto consequenziale alla scelta di Welby, da mesi pubblicamente esposta, di rinunciare a proseguire la propria vita. Negando il funerale religioso, la Chiesa non ha inteso affatto mettere in discussione la misericordia di Dio (alla quale, anzi, ha affidato Welby: come è avvenuto in tante parrocchie italiane, compresa la mia, dove si è pregato per lui), ma non ha inteso neppure venir meno alle libere scelte delle persone, anche quando esse appaiano oggettivamente in contrasto con la sua dottrina, che le proviene dalla stessa rivelazione di Dio.
Il secondo pensiero, che mi pare altrettanto centrale, riguarda il rapporto tra la misericordia di Dio e la verità della sua rivelazione. Può esistere una misericordia senza verità? Una misericordia che contraddica la verità? Può esistere una carità – stiamo parlando di quella di Dio – che accolga tutte le possibili opzioni? Il grande teologo protestante Bonhoeffer affermava che “la grazia a buon prezzo è il nemico mortale della Chiesa”, specificando che la “grazia a buon prezzo è perdono sprecato, consolazione sprecata, sacramento sprecato, grazia considerata come magazzino inesauribile della Chiesa, da cui si dispensano i beni a piene mani, a cuor leggero, senza limiti; grazia senza prezzo, senza spese”. E’ la definizione anche di un certo cattolicesimo odierno, che sacrifica le ragioni della verità a quelle, indefinite e onnicomprensive, della carità. E qui si paga ancora il frutto del relativismo, portato dentro nel cuore stesso del cristianesimo, perché si dimentica che la grazia è “a caro prezzo”. Il martirio – che è il segno fra i più espressivi della sequela di Gesù – è proprio il rifiuto, al “prezzo alto” della propria vita, di cedere alla menzogna, alla non-verità, ossia al ricatto mondano di un pensiero e di una prassi di vita non cristiani, per rimanere fedeli alla verità del Vangelo, che è la persona e il messaggio di Gesù. Il martirio è la prova che la vita cristiana è consegna di sé alla somma Carità che è insieme e inscindibilmente somma Verità. Una misericordia senza la luce e il fuoco della verità è una “grazia a buon prezzo”, che non converte la nostra vita, semplicemente perché non può redimerla dalle sue oscurità e dai suoi drammi. Ovviamente va sottolineato anche che una verità senza carità contraddice profondamente il Vangelo. Non si dimentichi mai, però, che Gesù stesso, insieme al perdono, ha parlato anche di una spada che divide e che giudica e che Lui stesso si è autodefinito Via e Vita proprio in quanto è Verità: una Verità di cui l’uomo di tutte le stagioni ha un immenso bisogno, e che è essa stessa parte della Carità. Un cristianesimo privo del suo aspetto veritativo è un cristianesimo depauperato, depotenziato, perché privo di quella “lotta spirituale”, di cui parla san Paolo e che i santi hanno intrapreso, che è anche lotta contro il conformismo mondano, lotta per l’affermazione di quella verità che proviene da Dio, non dall’uomo, e che contraddice le potenze mondane. Il “caritatismo” è la secolarizzazione della carità, è la mondanizzazione e la banalizzazione della misericordia. Solo lo splendore della verità può assicurare alla misericordia la sua qualità divina e la forza salvatrice di una redenzione che rimane “dramma”, ossia incontro fra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo. Senza la verità, la libertà stessa dell’uomo perde di consistenza. La libertà umana, davanti ad una misericordia per la quale bene e male, verità ed errore non fanno alcuna differenza, diventerebbe essa stessa “a buon mercato”. Nel caso di Welby, la verità sta nel riaffermare che la vita non è un bene disponibile. Il giorno in cui si affermasse – anche con l’avvallo della legge – che l’individuo è padre e padrone della vita, di quella propria e di quella altrui, allora si aprirebbero tutte le possibilità: e ogni tipo di violenza e di aggressione alla vita potrebbe trovare giustificazione. Se si facesse strada il dogma che il desiderio del soggetto è l’unico criterio per valutare la bontà etica delle scelte e dei comportamenti umani, allora perché mai opporsi – sempre in nome della misericordia, che viene oggi fatta coincidere con il principio della non discriminazione di chi è diverso e del rispetto verso qualunque opinione – alla fertilizzazione artificiale, alla libertà di procreare come e quando si vuole, anche prescindendo dai diritti del concepito? Perché mai opporsi, sempre in nome della misericordia, alle coppie di fatto? Perché insistere sul valore della differenza di genere, perché negare la possibilità di adozione anche alle coppie omosessuali, perché non dare la comunione anche a un fedele divorziato e risposato…?
La Chiesa torna a proporre la fede come “caso serio”. La cristianità di oggi è chiamata ad uscire da quel clima di resa al pensiero contemporaneo e da quel complesso antirazionale e antiveritativo che sembrano caratterizzare l’odierna stagione culturale e che trovano un pericoloso alleato teologico nella posizione di chi enfatizza la misericordia divina staccandola dalla bellezza della verità, entrambe invece luminosamente unite nel dramma del Crocifisso. Forse alludeva proprio a questo clima papa Benedetto, quando a Verona, al Convegno della Chiesa italiana, ci ha invitato a “resistere a quella secolarizzazione interna che insidia la Chiesa del nostro tempo, in conseguenza dei processi di secolarizzazione che hanno profondamente segnato la civiltà europea”.

Don Alberto Franzini



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