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Il 9 aprile 2006, Domenica delle palme, costituito "ad experimentum" l'UFFICO STAMPA della parrocchia attraverso il quale il parroco e gli organismi parrocchiali manifestano le proprie valutazioni e riflessioni sui maggiori temi della vita ecclesiale e civile.

 

COMUNICATO DEL 5 MAGGIO 2006


LE PRIME REAZIONI AL CARD. MARTINI

Dopo la pubblicazione del colloquio tra il Card. Carlo Maria Martini e Ignazio Marino, apparsa sul n. 16 de “L’espresso”, riteniamo utile pubblicare le prime reazioni, che si trovano sul sito di Sandro Magister, www.chiesa.espressonline.it.

ROMA, 28 aprile 2006 – Su un Vaticano assuefatto alla cristallina predicazione di Joseph Ratzinger papa, con la verità delle cose celesti e terrene ogni volta da lui scolpita a cesello, le dieci pagine di dubbi, di ipotesi, di “zone grigie” del cardinale Carlo Maria Martini in dialogo col bioeticista Ignazio Marino su “L’espresso” della scorsa settimana sono calate come il manifesto di un antipapa.

Contro il papa attuale. E anche contro il predecessore Giovanni Paolo II, che aveva incardinato il suo vibrante “evangelium vitae” proprio sui temi della bioetica, del nascere e del morire, oggetto dell'intervento del cardinale Martini.

C’è anche, nella gerarchia della Chiesa, chi per gli stessi motivi vede in Martini il profeta. Luigi Bettazzi, uno dei vescovi che hanno partecipato al Concilio Vaticano II, dice: “Martini sa che è venuto il tempo giusto, per dire le cose che ha detto. Prima del Concilio il fine primario del matrimonio cristiano era la procreazione. E invece oggi la dottrina ufficiale della Chiesa mette al primo posto l’amore. Per la bioetica sarà lo stesso. Martini ha aperto la strada e il cambiamento verrà. Il clero e il popolo cristiano sono già con lui. Da lui imparano come coniugare la fede alla vita concreta”.

Intanto, però, regnante Benedetto XVI, è la congregazione per la dottrina della fede che vigila sul magistero della Chiesa mondiale. Lì Ratzinger è stato per venticinque anni prefetto e ancor più la governa ora. “Ecco il cavallo di Troia introdotto nella città”, dice un alto dirigente della congregazione, con “L’espresso” squadernato sul tavolo. “Certe aperture del cardinale Martini appaiono a prima vista buone e condivisibili. Ma nascondono effetti devastanti”.

La congregazione ha allo studio un documento sull’uso del preservativo. È stato Benedetto XVI in persona a volerlo in agenda, mesi fa, dopo che alcuni cardinali avevano ammesso il preservativo in un caso concreto: come protezione dal coniuge malato di AIDS. Si erano pronunciati in questo senso gli arcivescovi di Bruxelles, Godfried Danneels, e di Westminster, Cormac Muphy-O’Connor, e i cardinali di curia Javier Lozano Barragán, presidente del pontificio consiglio per la pastorale dei malati, e Georges Cottier, teologo ufficiale della casa pontificia con Giovanni Paolo II. A questi si è ora aggiunto Martini.

“Il preservativo è una falsa soluzione”, prosegue il dirigente della congregazione per la dottrina della fede. “Nell’ABC della battaglia contro l’AIDS – Abstinence, Be faithful, Condom – per la Chiesa valgono i primi due punti, ossia castità e fedeltà coniugale. Ma il terzo no. La C non deve stare per Condom, ma per Cure, cura della malattia. Su questo devono attestarsi l’insegnamento pubblico e l’azione della Chiesa. I casi concreti, la comprensione, la misericordia sono materia per il confessore e per il missionario”.

In effetti, anche il cardinale Martini aveva convenuto su “L’espresso” che non toccasse alle autorità della Chiesa sostenere pubblicamente l’uso del preservativo col “rischio di promuovere un atteggiamento irresponsabile”. Ma i passaggi del suo intervento che più hanno contrariato il vertice della Chiesa sono altri. “Basta leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica per individuare i punti fermi da cui Martini si discosta”, dice ancora il dirigente della congregazione per la dottrina della fede.

Uno di questi punti fermi è il rispetto integrale di ogni vita umana “dal concepimento”, fin dai suoi primissimi istanti.

Proprio a questa fase inizialissima, lo scorso 27-28 febbraio, ha dedicato un congresso di studio la Pontificia Accademia per la Vita, con scienziati di tutti i continenti convenuti in Vaticano. Nel documento finale c’è scritto che “il momento che segna l’inizio dell’esistenza di un nuovo essere umano è rappresentato dalla penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita”. Benedetto XVI si recò dai congressisti e disse loro che “l’amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l’uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza. Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l’uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione: intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità”.

Il fatto che il cardinale Martini, su “L’espresso”, abbia ignorato tutto questo, e viceversa abbia aperto il varco all’utilizzo dell’ovocita nelle prime ore dopo la fecondazione, sostenendo che lì “non appare ancora alcun segno di vita umana singolarmente definibile”, è stato visto come un atto di resa a quella che Giovanni Paolo II definì la moderna “cultura di morte”.

In pubblico, pochissimi alti dirigenti di Chiesa hanno sinora replicato a Martini. Il vescovo Elio Sgreccia, presidente dell’Accademia per la Vita e numero uno dei bioeticisti vaticani, ha dichiarato che ”in Vaticano non riteniamo necessario fare polemiche su un fatto che non le merita”. Ha riconosciuto a Martini “un afflato pastorale ed evangelico”, ma l’ha criticato, oltre che per dare il via libera all’utilizzo dell’ovocita appena fecondato, anche per ammettere come lecita la fecondazione artificiale, trascurando che “il dono di sè nell’atto coniugale” è elemento essenziale dell’unione procreativa degli sposi, senza il quale essa perde la sua “pienezza antropologica”.

Sgreccia ha inoltre ricordato al cardinale Martini che “la sua teoria” sull’ovocita fecondato “non è condivisa da molti embriologi”. E in effetti il Comitato Nazionale per la Bioetica che in Italia si occupa di queste cose, quando esaminò la questione nel luglio del 2005, si divise in 26 contro 12. Con la maggioranza c’erano Sgreccia e altri studiosi cattolici e laici, tutti a favore dell’intangibilità dal primissimo istante dell’ovulo fecondato. Con la minoranza c’era Carlo Flamigni, che volle aggiungere al documento finale una sua nota molto polemica con la Chiesa. La posizione di questa minoranza è quella che sia il cardinale Martini sia il professor Marino hanno fatto propria nel loro dialogo su “L’espresso”.

La conferenza episcopale italiana in cui Martini, pur da due anni assente, è il convitato di pietra in opposizione al cardinale presidente Camillo Ruini, ha optato per il silenzio. Ruini, interpellato a bruciapelo venerdì 21 aprile quando “L’espresso” era da poche ore in edicola, ha bruscamente scostato il microfono. “Avvenire”, il quotidiano della CEI, ha confinato la notizia in un piccolo articolo interno, epurato di tutte le tesi controverse. L’unico dirigente della CEI che si sia espresso in pubblico è stato il vescovo Dante Lafranconi, la cui intervista è riprodotta più sotto.

Ma in privato sono scintille. E per rintracciare le critiche che cardinali e vescovi rivolgono a Martini ma non vogliono proferire in prima persona e a voce alta, occorre seguire percorsi un po’ tortuosi.

È una editorialista di “Avvenire”, ad esempio, Lucetta Scaraffia, storica e femminista che da anni si occupa di bioetica: essa imputa a Martini di affrontare problemi di vita e di morte centrali nella cultura del nostro tempo “con quel modo di ragionare riduzionista e casuistico che ha rappresentato lo stereotipo negativo dei gesuiti fin dai tempi di Pascal”.

Un altro editorialista di “Avvenire” è Pietro De Marco, professore all’università di Firenze e alla facoltà teologica dell’Italia centrale: egli imputa al cardinale di “edulcorare la realtà” invece che sottoporla a critica, con “l’effetto di far giudicare ogni divisione sui valori infondata perchè inutile, e inutile perchè infondata”.

Ma né Lucetta Scaraffia né Pietro De Marco scriveranno mai queste righe sul giornale della CEI. Firmeranno altrove – per De Marco in questa stessa pagina web, più sotto – pur sapendo di riflettere giudizi ben presenti ai gradi alti della Chiesa.

Nel corpo della Chiesa organizzata, l’area che più s’è sentita ferita dal dialogo tra Martini e Marino è quella del Movimento per la Vita. Brucia il fatto che il cardinale abbia passato sotto silenzio l’opera che il Movimento svolge per portare a nascere, aiutando le madri, dei bambini altrimenti destinati all’aborto, ottomila nel 2005 in Italia.

Paolo Sorbi, sociologo, ex attivista del Sessantotto, ex militante del partito comunista e oggi presidente del Movimento per la Vita a Milano, l’arcidiocesi che fu di Martini, vede nel testo pubblicato su “L’espresso” il segno di “una resa alla modernità, come se questa avesse già vinto”.

E lancia questo invito al cardinale: “Venga a passare due giorni in un Centro di Aiuto alla Vita. Rimarrà strabiliato al vedere quante donne, in gran parte immigrate, ritrovano una maternità e una vita felice, sostenute dalla generosità di tanti volontari. Ma come pensa il cardinale che siano stati battuti in Italia i referendum del 12 giugno 2005 sulla fecondazione artificiale? Con un enorme consenso popolare alla vita, costruito in vent’anni e finalmente venuto alla luce. Il modello italiano della nuova evangelizzazione è anche questo”.

I sì e i no del vescovo Lafranconi


Dante Lafranconi, vescovo di Cremona, ha presieduto la commissione per la famiglia e la vita della conferenza episcopale italiana ed è membro della commissione per la dottrina della fede. La scorsa Pasqua ha autorizzato i suoi preti ad assolvere dalla scomunica – atto riservato di norma al vescovo – chi confessava d’aver commesso un aborto.

“Del cardinale Carlo Maria Martini”, dice, “apprezzo la volontà di dialogo e l’umiltà di giudizio nelle ‘zone grigie’ dove non si sa cosa è bene e cosa è male. Con lui sono d’accordo quasi su tutto, tranne che su due punti”.

D. – Il primo qual è?

R. – “È quando Martini ammette che si utilizzi l’ovocita allo stadio dei due pronuclei. In realtà si tratta di un ovulo già fecondato. E la fecondazione dà l’avvio a un processo vitale continuo dove è difficile rinvenire salti di qualità sostanziali. In caso di dubbio bisogna quindi stare sul sicuro ed evitare di utilizzare o manipolare il nuovo essere. Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica è arrivato a maggioranza a questa conclusione, che è la più vicina alle posizioni della Chiesa”.

D. – E il secondo punto di disaccordo?

R. – “È là dove Martini mette sullo stesso piano la fecondazione eterologa, con seme od ovulo esterno alla coppia, e le varie forme di adozione. Il fatto che un bambino sia affidato a genitori non suoi e con essi instauri un buon rapporto affettivo porta il cardinale a non escludere a priori l’ammissibilità della fecondazione eterologa. Ma questo è un passaggio indebito”.

D. – Perchè?

R. – “Perchè l’adozione riguarda un bambino che esiste già e si vuole accogliere, mentre la fecondazione eterologa mette in atto una nuova vita già programmata in partenza con un genitore non suo”.

D. – Altro punto controverso è il preservativo come “male minore”.

R. – “Il cardinale Martini descrive un caso specifico, quello di una coppia di coniugi di cui uno è ammalato di Aids. È un caso in cui il preservativo come protezione dal contagio è generalmente ammesso, nella pratica pastorale. Ma molto opportunamente il cardinale rimarca che in pubblico la Chiesa fa benissimo a insistere sulla fedeltà coniugale e la castità”.

D. – Vizi privati e pubbliche virtù?

R. – “Esaminando dei casi concreti il cardinale Martini ha la capacità di applicare e rendere più comprensibili al grande pubblico delle norme generali che, da sole, non sempre vengono capite. Però c’è anche il pericolo opposto”.

D. – Quale?

R. – “Pensare, ad esempio, che adesso la Chiesa ammetta il preservativo sempre. Oppure equivocare quando il cardinale dice che la ‘dignità umana’ vale più della vita fisica. Martini è chiarissimo nel ribadire il no all’aborto e all’eutanasia. Ma ‘dignità’ è anche la parola d’ordine di chi vuole legittimare la cosiddetta buona morte”.

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“Così è la vita”. A proposito del dialogo Marino-Martini

di Pietro De Marco


La cultura – o civiltà – di morte, come Giovanni Paolo II l’ha chiamata, si agita sullo sfondo del dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e il professor Ignazio Marino, del Jefferson Medical College di Philadelphia. Ma i due eminenti interlocutori conversano come se questo sfondo incombente fosse un innocuo teatro di ombre.

Ambedue si interrogano su vita e morte con l’auspicio che cessino gli scontri “sulla base di principi astratti e generali”. Il cardinale evoca più d’una volta “zone grigie” – ad esempio quella relativa al destino degli embrioni in soprannumero congelati – che ostacolano univocità di giudizio e di decisione, e sollecita la Chiesa a formare le coscienze al “discernimento del meglio in ogni occasione”.

Ma nelle zone grigie la cultura di morte non ha difficoltà a decidere. Anzi, di zone grigie non ne ha. Armonizzando arbitrio e tecnica, una sempre più realizzabile corrispondenza tra fatto e volere individuale la soddisfa e la premia.

In questo quadro che cosa significa propriamente, come auspica il cardinale, “un dialogo che non parta da preconcetti o da posizioni pregiudiziali”? Una premessa del genere sembra quasi rimproverare alle premesse antropologiche cristiane di essere ciò che esse sono, principii cui necessariamente riferirsi, fondamenti oggettivi per il discernimento e il giudizio. Chi trarrà vantaggio da tale rimprovero? Non ne ha tratto vantaggio, anzitutto, il dialogo tra i nostri due interlocutori.

È Ignazio Marino ad anticipare il cardinale proponendo di “individuare punti di incontro e non di divisione [contro] facili contrapposizioni e strumentalizzazioni che non portano se non a fratture nella società”: modo non raro, in Italia, di concepire la discussione bioetica da parte delle culture “illuminate”. Dichiarandosi “pienamente d’accordo sulle premesse”, il cardinale si mostra subito troppo condiscendente di fronte al suo interlocutore.

Il professore si dice certo, ad esempio, che “il progresso scientifico” abbia “rivoluzionato la posizione dell’essere umano nei confronti della vita”. Assunta rigorosamente, tale affermazione appare priva di fondamento. La tecnica ha sì rivoluzionato le chance dell’uomo, ma non la sua visione fondamentale su vita e morte, malattia e salute, radicata nell’antropologia occidentale-cristiana e condizione della nostra stessa capacità critica sulla bio-tecnica, anzi, condizione “sine qua non” per la possibilità e la sensatezza stessa del dialogo Marino-Martini.

La simpatetica conversazione tra i due manca di questo sapere critico su di sé. Il cardinale sembra troppo tentato da una lettura mitigata delle cose – esemplari le formule eufemistiche sull’aborto – secondo una incorreggibile propensione delle culture cattoliche “dialogiche”, di cui egli è sempre stato punto di riferimento.

Il cardinale ammette naturalmente l’esistenza di un conflitto di valori, ad esempio quando sottolinea la incompatibilità tra libere istanze procreative e indisponibilità degli embrioni ai bisogni di un qualsiasi individuo. Ma è da temere che la proclamazione secondo cui ciò che conta è “non creare inutili divisioni” produca l’effetto di far giudicare ogni divisione sui valori infondata perché inutile, e inutile perché infondata.
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Edulcorare i termini di un radicale dissenso spesso proviene da una “eclipse of reality”, secondo la celebre formula e diagnosi di Eric Voegelin. Due esempi: il destino degli embrioni congelati e l’aborto.

Nel primo caso il cardinale pare cedere al fascino della formula del “sempre meglio favorire la vita”, certamente sfuggendogli che si tratta dell’argomento sempre rivolto contro l'insegnamento del magistero cattolico, e in Italia contro la legge 40 del 2004, dai promotori della procreazione medicalmente assistita.

Per essi, infatti, i divieti di legge impedirebbero alle coppie o alle donne single di procreare quando vogliono, secondo fondamentali diritti di libertà negativa; ma in quanto impediscono di generare nuova vita quei divieti sarebbero contraddittori anche con la promozione cristiana della vita. Ma non si era già argomentato abbastanza, nelle discussioni sulla fecondazione artificiale, che altro è la tutela della vita esistente, altro è la volontà scriteriata di generarla? E non si era messo in guardia che la pretesa a diritti procreativi non è realmente ordinata alla vita altrui, poiché nelle stesse posizioni che promuovono i diritti procreativi compare simmetrico e complementare il diritto di sopprimere senza vincoli la vita carente propria e altrui, con l’eutanasia? Non si può situare questa volontà nell’ordine dell’amore, come sembra fare per generosità il cardinale Martini. Qui è l’agostiniano amor di sé che prevale.

Pensare, poi, di favorire la vita allocando degli embrioni là dove vi sia volontà di procreare in qualsiasi modo, è solo in apparenza una soluzione caritatevole. Tale pratica non resterà circoscritta ad “una soluzione che permetta ad una vita di espandersi”, perché si mancherà doppiamente alla giustizia: da un lato, nei confronti degli embrioni che verrano ancora scriteriatamente prodotti in soprannumero per un qualsiasi fine, e congelati col pretesto che comunque si potrà sempre trovare un utero in cui impiantarli; dall’altro, nei confronti degli embrioni portati a maturazione in virtù di una lotteria di assegnazioni a “famiglie” programmaticamente monogenitoriali, contro ogni prudenza e diritto del concepito. Il tutto contribuendo a processi in atto di estrema gravità: dalla assuefazione sociale a genitorialità atipiche, al disordine generazionale e demografico eretto a sistema, al rafforzamento delle ideologie nichiliste che si esprimono nella pretesa a diritti soggettivi incondizionati sul terreno antropologico ultimo.

Il destino degli embrioni conservati nei laboratori è problema serio. Ma la soluzione non può essere quella del caritatevole “diàmone a chi ne ha bisogno”, a medici e biologi, come se si trattasse del rapporto tra eccedenze e povertà, senza riguardo alle conseguenze. Nel caso dell’affidamento degli embrioni a donne single, il cardinale Martini appare meno cauto del suo interlocutore. Egli ritiene che i problemi di più genitorialità in conflitto, eventualmente conseguenti a una fecondazione eterologa con seme od ovulo esterno alla coppia, siano analoghi a quelli dell’adozione, e superabili. Aggiunge di preferire la donazione di tali embrioni a una single, rispetto alla loro distruzione. Per fortuna nega fermamente e chiaramente l’utilizzabilità degli embrioni per la ricerca.
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Quanto alle considerazioni del cardinale sull’aborto, esse appaiono quasi irrispettose per chi combatte da decenni su questo fronte, non solo nel mondo cristiano.

Infatti è palesemente non vero, oltre che irrealistico, che uno stato democratico moderno “si sforzi” di diminuire gli aborti e le loro cause. Per gli ordinamenti liberaldemocratici – intrinsecamente immoralistici nei loro indirizzi recenti – l’aborto è un nulla relegato nella sfera privata; diviene rilevante solo in caso di allarme demografico. La vantata riduzione del numero degli aborti in Italia è dovuta non alla legge 194 del 1978, largamente inapplicata nei suoi potenziali freni alla pratica abortiva, ma alla somma di almeno due cause: la generalizzazione dell’uso degli anticoncezionali e, di fronte al ridotto numero di gravidanze indesiderate, la pressione morale tenacemente esercitata dalla Chiesa cattolica sulle coscienze. Il cardinale, in effetti, parla solo di riduzione degli aborti clandestini; non così il professor Marino, con un risultato comunicativo altamente equivoco.

La verità è che le leggi sull’aborto anzitutto proteggono, giuridicamente e medicalmente, la donna che decide di abortire. Ed anche qui suona eufemistica e inesatta l'affermazione che lo stato si limiti a ritenere “non conveniente perseguire penalmente” l’aborto. La legislazione dichiara in realtà pienamente legale, entro certi limiti di tempo, la pratica abortiva; anzi, per molti, lo stato sancirebbe positivamente un vero e proprio “diritto all’aborto”. Si configura dunque, innegabilmente, quella che il cardinale chiama ancora con un eufemismo “una certa cooperazione delle strutture pubbliche all’aborto”, su cui però egli confessa di non sapere cosa suggerire. Tutto ciò è onesto, ma la cautela e la riflessività delle formule possono invitare a una accettazione non critica dello stato di fatto, non si sa a vantaggio di chi e di che cosa.
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Il passaggio più delicato dell’intervista è forse quello relativo all’accettazione da parte del cardinale del congelamento del cosiddetto pre-embrione, ossia – come spiega Marino – “l’ovocita allo stadio dei due pronuclei, cioè nel momento in cui i due corredi cromosomici sono ancora separati e non esiste un nuovo DNA”. Chi, anche non avendo preparazione specialistica, conosce la letteratura in proposito, sa che la fase della fecondazione che vede la presenza e la reciproca attrazione dei due pronuclei è già preceduta da trasformazioni chimiche che la rendono unica e irreversibile ed è già pienamente finalizzata all’embrione, in un “continuum” unitario e orientato. Da questo la riflessione critica pro-life ricava la grande problematicità, se non l’implausibilità, di considerare tale fase estranea all’individuo in formazione.

Il problema che ne nasce è sorprendentemente eluso dal cardinale. Anche qualora si ritenesse plausibile congelare la coppia di pronuclei maschile e femminile, l’unico vantaggio sembrerebbe quello di poterne poi praticare la distruzione senza ostacoli morali, in caso di un suo mancato utilizzo nel corso di un trattamento per infertilità. Qualsiasi altra destinazione esigerà che sia portato a completamento il suo sviluppo ad embrione: e in quel momento ogni problema morale si riproporrà di nuovo immutato. Resta comunque l’interruzione di un processo in sé ordinato ad una individualità, a quella singola individualità (l’eventualità dei gemelli omozigoti non impedisce né qui né in altri stadi di parlare di singolarità e identità). La sua illiceità appare derivabile come minimo da un principio di cautela, che deve informare la nostra difesa attiva dell’intangibilità dell’essere umano.
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Va poi considerato il passaggio in cui il cardinale afferma: “È importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana”. Qui il primato della vita fisica, prima invocato a proposito delle tecniche procreative, sembra scomparire di fronte alla malattia e alla “buona” morte, in singolare simmetria con gli argomenti pro-aborto e pro-eutanasia.

Certamente secondo l’antropologia cristiana – non per il moderno legislatore, tecnicamente cieco a trascendenza e immortalità – l’umanità è apertura prima e ultima alla vita eterna. Ma il principio andrebbe applicato, allora, agli embrioni congelati, tanto più se la ricerca di una loro sopravvivenza comporta conseguenze indesiderabili.

L’argomento ha comunque scarso significato, in bioetica. Che vi sia, come crediamo fermamente, una dignità dell’esistenza che non si limita alla sola vita fisica, ma guarda alla vita eterna, è argomento che non è qui immediatamente spendibile, certamente non nel senso cui sembra alludere il cardinale. Esso infatti potrebbe esser fatto valere non solo contro il cosiddetto accanimento terapeutico, ma contro ogni cura ordinata alla sopravvivenza. Ed è avvenuto e avviene che sia fatto valere da persone proiettate santamente verso la gloria futura senza riguardo al benessere personale o alla qualità della vita propria. Della propria, va sottolineato. L’uomo non ha scappatoie omicidarie o suicidarie per la vita eterna, né vi è alcun premio – fatta salva l’insondabile misericordia di Dio – per la morte ingiustamente procurata o procuratasi. Nessuno giustificherà me d’aver tralasciato di curare, potendolo, la vita di un mio prossimo perché ho pensato che fosse meglio per lui “andare in cielo”. Se poi si esclude il compimento soprannaturale cristiano, che significato può avere il primato della “dignità”? Di quale dignità fruirà mai quella vita estinta, quella persona una volta sottratta alla vita? La dignità d’essere un nulla che per definizione non soffre?
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Quelle del cardinale Martini non sono forse, in se stesse, posizioni gravemente divergenti dal magistero ordinario. Sono cautamente “permissive” sul caso singolo – che è poi prassi da confessore. E qui sta il problema che il cardinale non sembra cogliere: manca nelle sue considerazioni, per quanto fini e pensose, la distinzione tra la norma che fa parte della costituzione e funzione docente della Chiesa, da un lato, e dall’altro lato l’”epikeia”, il giudizio prudenziale e soggettivo, infine caritatevole, che appartiene all'ordine della giurisdizione, del foro esterno come di quello interno, e della pratica penitenziale.

Il cardinale non sembra vedere – forse non intende sottolineare – la peculiare funzione della norma rispetto alla “formazione delle coscienze”. La norma è insostituibile, ed è anche fatta di divieti. Appare, dunque, squisitamente utopico-moralistico suggerire che la formazione della coscienza debba prevalere sulla legge nel magistero della Chiesa. Norma e coscienza individuale sono ad un tempo inscindibili e segnate da reciproca trascendenza.

A chi conviene, allora, imputare al conflitto bioetico d’essere pretestuoso, anzi “strumentale”? Certo, si può pensare di sottrarre ragioni ed emozioni alla attiva resistenza che la gerarchia e la cultura cattolica oppongono alle “modernizzazioni” liberal-radicali. Vi sia o meno in ambedue i dialoganti la volontà di indebolire una da loro non apprezzata soggettività cattolica, il danno che produce anche il solo imbarazzo creato a Roma dall’intervista del cardinale Martini è evidente.

Ma è ancora maggiore il danno che le sue pur caute “aperture” possono provocare sulla tenuta del consenso pro-life e della conseguente decisione di tanti cristiani e di significative minoranze laiche a dare battaglia su questo terreno.

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