Parrocchie di Santo Stefano e San Leonardo
Casalmaggiore
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Documenti > vari

 

VINCENZO GROSSI:

UN PRETE STRAORDINARIAMENTE ORDINARIO

In occasione dell'anno sacerdotale, e' stato proposto all'intera zona pastorale IX, il percorso "VIVIAMO L'ANNO SACERDOTALE", una serie di quattro incontri di catechesi su altrettante figure di preti: lunedi 22 febbraio: DON PRIMO MAZZOLARI a cura del Prof. Don Bruno Bignami (foto); lunedi 1 marzo: DON VINCENZO GROSSI a cura di Sr Rita Bonfrate (foto); lunedi 8 marzo: DON GIACINTO BIANCHI a cura di Sr Antonella Papa; (foto) lunedi 15 marzo: DON CARLO GNOCCHI a cura di Don Emilio Bellani.

Di seguito la relazione del primo di marzo a cura di Sr Rita Bonfrate

 

 

Introduzione

Anzitutto un saluto e un ringraziamento a don Alberto Franzini , a don Franco Vecchini e a tutti i sacerdoti della Vicaria per questo invito che mi ha portata in questa vostra terra, che fu anche la terra del ministero di don Vincenzo Grossi, Fondatore del mio Istituto Figlie dell'Oratorio.

Non vi nascondo che questa circostanza, che pur mi onora tanto, mi riempie altrettanto di trepidazione, di commozione. Sono qui, infatti, a parlare proprio di lui, di don Grossi, un prete dei vostri, un prete che, ancor meno di un secolo fa, percorreva in largo e lungo le strade di queste vostre parrocchie, parlava dai pulpiti di queste vostre chiese, animava, incoraggiava, sosteneva intere generazioni di giovani e adulti di questi vostri paesi, soprattutto di Vicobellignano, dove, sapete bene, fu parroco ininterrottamente per 34 anni, fino a quando cioè sopraggiunse improvvisa, ma non inaspettata (inattesa/ di sorpresa…) la morte il 7 novembre 1917.

Capite allora che per me, sua figlia spirituale, questa sera è come entrare in una terra sacra, la terra della “memoria”, la terra delle mie radici spirituali.

Nella cornice dell'anno sacerdotale, che stiamo celebrando, il ministero sacerdotale di don Vincenzo Grossi, parroco e fondatore, si pone su una scia che rispecchia per molti aspetti quello del curato d'Ars, additato dal papa Benedetto XVI a modello dei parroci dei nostri tempi, ministero, quello del Grossi, che mi pare doveroso far emergere dalla penombra della proverbiale umiltà che l'ha da sempre accompagnato e non per esaltare chissà quali eventi straordinari o illuminazioni particolari o eclatanti miracoli, che in realtà non ci furono, perché don Vincenzo fu un uomo straordinariamente ordinario.

Egli appartiene, infatti, a quella schiera di sacerdoti senza carriera, che più che brillare di santità per la straordinarietà della vita e delle opere realizzate, in quello «stare al posto» al passo della fedeltà, ha contributo a mantenere vivo lo splendore della Chiesa: è stato, potremmo dire, un tassello, piccolo, se vogliamo, e apparentemente insignificante, ma, incastonato tra gli altri tasselli nel grande mosaico della santità, ne aumenta e perfeziona l'armonia cromatica e figurativa, più semplicemente è stato un sacerdote secondo il cuore di Cristo.

Don Amilcare Bombeccari, uno dei successori di don Vincenzo Grossi alla guida della parrocchia di Vicobellignano , nella deposizione ai processi diocesani espresse la propria personale titubanza circa l'avvio della causa per la beatificazione del suo predecessore, perché diceva che il ministero di don Vincenzo non aveva nulla che facesse riferimento alle categorie che comunemente il popolo attribuisce alla santità , eppure tutta la sua testimonianza sul Grossi può essere definita un inno alla fedeltà, una fedeltà, questa sì straordinaria, alla sua consacrazione e al suo ministero.

Se l'ordinarietà fu la caratteristica di don Vincenzo , non possiamo però pensare che fosse una persona banale. Non ricalcò le orme di altri sacerdoti suoi confratelli nel presbiterio, passati alla storia per ingegno o opere - basti pensare a don Ferrante Aporti ideatore degli asili infantili! - ma fu uno dei parroci che non solo il Vescovo Bonomelli sembrò tenere in riserva per qualcosa di speciale, ma lo stesso Spirito scelse per dare alla Chiesa un nuovo Carisma.

Sarà appunto nello svolgimento di una vita sacerdotale tutta spesa a favore di parrocchie rurali, di gente povera, dei protestanti metodisti di Vicobellignano, delle donne e delle spose chiamate ad una vita rigorosa di fede, di preghiera e di esempio, delle associazioni cattoliche, dei giovani e degli adolescenti, insieme ai fanciulli da catechizzare, che costruirà una grandezza, fatta di cose semplici e piccole.

Questa sera nel ripercorrere con voi alcune tappe della storia umana di Vincenzo Grossi, vorrei tentare di far emergere appunto dall'ordinarietà degli eventi e delle circostanze la sua straordinaria figura morale e spirituale.

Svolgerò questa mia relazione articolandola in tre passaggi:

•  Nel primo vedremo come e in che misura luoghi, persone e situazioni “contingenti” hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo umano e spirituale di don Vincenzo ;

•  Nel secondo cercheremo di capire chi era e come doveva essere il prete nella mente e nel cuore di don Vincenzo ; qual era cioè il suo ideale di prete (siamo nell'anno sacerdotale e lui era sacerdote e per di più parroco!) e come egli stesso l'ha incarnato . Sarà un discorso in cui vita e pensiero - la vita come la deduciamo dalle testimonianze e il pensiero dagli scritti - si intrecceranno richiamandosi a vicenda, così che l'uno sarà la cartina tornasole dell'altro e viceversa.

•  Infine la nostra attenzione si soffermerà su Vincenzo Grossi Fondatore delle Figlie dell'Oratorio . Sarà forse un po' breve (deciderà il tempo!) la trattazione di questa parte, ma non sarà un'appendice, sebbene, come vedremo, non si può parlare di don Vincenzo fondatore di un istituto a prescindere dal suo essere sacerdote e parroco: l'uno è l'esplicitazione dell'altro, uno la “pienezza” dell'altro e l'altro è la premessa imprescindibile dell'uno.

•  Persone luoghi e situazioni che hanno contribuito alla crescita e sviluppo umano e spirituale di V. Grossi.

Ripercorriamo molto succintamente i luoghi umani in cui Vincenzo è nato, ed è stato educato: il paese, Pizzighettone, con la sua geografia e il suo impianto sociale; la famiglia con i suoi aspetti affettivi ed economici; la parrocchia con il suo clima misto di fede e di religiosità; il seminario, luogo esclusivo, irripetibile come esperienza, in cui alla singolarità della sua impostazione corrispose l'intensità della formazione e delle relazioni. Luoghi umani perché l'ambiente diviene educativo non solo per se stesso, ma anche per la presenza delle persone che lo caratterizzano in positivo o in negativo.

•  Il paese: Pizzighettone

La vicenda umana e spirituale di Vincenzo Grossi ebbe inizio a Pizzighettone il 9 marzo 1845.

Pizzighettone era un piccolo borgo conteso nel tempo – per la sua posizione geografica – da vari potentati e pertanto spesso in assetto di guerra (Ne sono testimonianza le mura, il torrione, ecc.).

Quando nacque Vincenzo la città, territorio asburgico, era ancora occupata dai militari.

Vincenzo dunque trascorse la prima fase della sua vita familiarizzando, come del resto i quattromila abitanti del borgo, con la presenza di soldati mercenari (dell'impero asburgico), presenza che, da un lato dava sicurezza agli abitanti, ma dall'altro costituiva una continua minaccia e una sfida ai costumi morali e religiosi della gente .

Perché queste precisazioni parlando del luogo di nascita di don Vincenzo ? Perché la persona umana non è determinata solo dalla eredità biologica con cui nasce. Inserita in un ambiente umano, sociale, religioso, culturale e anche climatico, da quell'ambiente particolare con quelle caratteristiche specifiche, riceve degli stimoli che insieme all'eredità biologica, alla propria capacità recettiva e assimilativa, concorrono a costruire la sua identità e la sua personalità, quella e non un'altra.

Pertanto, nel caso specifico di cui parliamo, mi pare di poter dire che questo contesto militare che ha attirato la curiosità del fanciullo verso il diverso per usanze, costumi e forse anche lingua e religione, ha lasciato posto nel giovane e nell'adulto presbitero a un interesse che ha preso i contorni precisi di una dedizione a ciò che era «oltre», oltre il confine segnato dalle appartenenze naturali e sociali e perfino religiose (pensiamo al rapporto con i protestanti).

In questa prospettiva si possono leggere e comprendere meglio la sua futura assiduità alla predicazione di numerosissime «Missioni popolari», l'istituzione di religiose che collaborassero da vicino con i parroci a favore della gioventù «lontana» dalla parrocchia, il rispetto di una comunità e pastore protestanti presenti nella sua parrocchia di Vicobellignano , la condivisione dei propri risparmi e proventi con le Missioni estere.

•  La famiglia

Vincenzo fu il nono dei dieci figli di Baldassarre e di Maddalena Cappellini. Di discrete condizioni economiche, la famiglia possedeva un mulino alla cui attività collaboravano i figli maschi. Questo fu un vantaggio facilmente intuibile per Vincenzo, ma anche per i fratelli prima e dopo di lui. Infatti, i n un tempo in cui i figli ancora piccoli venivano inviati a lavorare presso altre famiglie per non pesare sulla economia molto povera della casa e per mantenersi attraverso la prestazione di lavoro, egli poté invece trascorrere l'infanzia e la fanciullezza, fino alla giovinezza nella casa paterna e godere di una istruzione scolastica di base, quella appunto fornita dalle leggi statali. (già dal 1822 esisteva a Pizzighettone una classe maschile che, in seguito alla riforma, si strutturò come scuola normale, con l'aumento del numero delle classi.)

Se la madre gli insegnò il catechismo, e Vincenzo la ricordava con venerazione parecchi anni dopo definendo, quella della mamma, «la scuola più bella», l'esempio del padre, onesto e laborioso, guidò la sua crescita: insieme forgiarono la sua personalità di quei principi umani e cristiani che furono poi l'asse portante di tutta la sua vita.

Dopo la Prima Comunione , che ricevette a undici anni, manifestò il desiderio di entrare in seminario dove già si trovava il fratello maggiore Giuseppe. Non gli fu concesso tale permesso per ragioni familiari: pur di agiate condizioni, non potevano i genitori sostenere le spese del seminario per due figli contemporaneamente, inoltre il padre aveva bisogno del suo aiuto nel mulino giacché i fratelli maggiori, nel frattempo, si occupavano della conduzione/gestione di un secondo mulino.

Vincenzo si organizzò e, con il consenso del padre e con l'aiuto di un sacerdote del paese, si dedicò, insieme al lavoro nel mulino, allo studio delle materie del ginnasio, con la ferma speranza di entrare in Seminario.

Il lavoro divenne così per lui non solo la risposta ad una esigenza familiare, ma una vera e propria scuola di vita. La fatica, il peso delle giornate e delle attività, la polvere di farina che impregnava i suoi abiti, lo iniziarono a quello stile di vita che caratterizzò negli anni a venire il suo ministero di parroco, di fondatore, di guida d'anime.

Tale disciplina del lavoro si espresse, da adulto, soprattutto nel non indugiare negli ozii pomeridiani o serali nelle canoniche di campagna, ma a riempire questi tempi con lo studio, la lettura e la preparazione di prediche e conferenze .

Per lui la fatica non fu un castigo, ma il prezzo del paradiso perchè: diceva: «Lavorate, lavorate, perché in Paradiso si deve andare stanchi… là si vive di rendita».

L'instancabilità ritmò il suo servizio ai fedeli della sua parrocchia e dove andava a predicare o a confessare: «dava poco tempo al sonno» affermano le testimonianze; «era mattiniero per attendere alle confessioni e alla celebrazione della messa» e «alla sera riuniva i giovani» della parrocchia per aiutarli a completare le nozioni elementari. Non disdegnò neppure di «spaccare al legna nel cortile di casa» con le sue mani per preparare la scorta per l'inverno.

•  La parrocchia

La sua formazione cristiana, già consolidata nell'ambiente familiare, poté irrobustirsi ed essere completata nella partecipazione alla vita parrocchiale.

Fu Don Giuseppe Favenza, parroco a Pizzighettone dal 1844 al 1868, anno della morte, che accompagnò le fasi fondamentali della formazione cristiana di Vincenzo e lo aiutò nel discernimento vocazionale.

Il clima generale in cui crebbe e si mosse Vincenzo fu animato di vivo senso religioso, di pietà popolare che trovava nelle festività religiose e nelle celebrazioni dei sacramenti, i momenti privilegiati nei quali i fedeli, con la loro partecipazione in massa, esprimevano e nutrivano allo stesso tempo la loro fede, anche se a volte mescolata a religiosità e folklore.

È questo ordinario contesto, il luogo in cui Vincenzo iniziò il suo cammino di fede, con una fedeltà alla piccolezza e alla povertà delle manifestazioni che lo contraddistinsero in tutta la sua vita. Una obbedienza al quotidiano, alle mediazioni che la Provvidenza metteva sul suo cammino. Pur essendosi fatto un «metodo di vita personale», (è lui stesso a rivelarcelo!) non lo visse fuori dalla obbedienza alla vita e al calendario pastorale della sua parrocchia, e alle connotazioni che poterono darle i parroci che la guidarono e la animarono.

•  Il Seminario

A 19 anni, il 4 novembre del 1864, entrò nel seminario di Cremona.

Non furono anni semplici. La frequenza fu interrotta dagli avvenimenti della seconda guerra di indipendenza e da una epidemia di colera. ( Il seminario fu adibito ad ospedale )

Gli eventi di quel periodo che lasciarono un segno nella formazione del giovane seminarista furono da una parte l'incontro con il Vescovo Novasconi (morto nel 1867), e dall'altra, la successiva nomina a vicario episcopale di Mons. Tosi, prete liberale e transigente, con tutta la polemica intorno alla preparazione del Concilio Vaticano I e alla questione romana, oltre che la presenza in diocesi, anche tra gli stessi professori del seminario, di preti che divennero apostati.

Sembra che Vincenzo abbia attraversato indenne queste “polemiche”, soprattutto in riferimento alla questione romana che vedeva due schiere opposte, appunto gli intransigenti e i transigenti, non perché ne rimase estraneo, ma per scelte precise che maturò proprio in quel contesto.

Ebbero su di lui un forte influsso figure di sacerdoti esemplari e alcune amicizie sacerdotali che aveva particolarmente coltivato e custodito e che contribuirono non poco a fargli trovare, tra le due correnti ben marcate, una terza via, quella della preminenza pastorale.

Negli anni del Seminario poté godere in particolare della cura che il vescovo Novasconi riservava ai seminaristi, intrattenendosi con loro in colloqui e incontri formativi. Determinante fu anche il doppio ruolo che ebbe Mons. Guindani come professore e come Rettore, che lo iniziò ad uno studio approfondito della Sacra Scrittura e ad una vita sacerdotale retta ed integra, oltre che alla priorità per il ministero tra i giovani.

Altri sacerdoti, come il fratello don Giuseppe, l'amico don Ambrogio Mazza, e don Pietro Trabattoni, della vicina parrocchia di Maleo, contribuirono a consolidare la sua formazione spirituale, teologica e pastorale in un decennio di controversie, divenute incandescenti in occasione del Concilio Vaticano I. Il primo biografo di Vincenzo Grossi, rifacendosi alle testimonianze depositate ai processi canonici, riferiva che don Giuseppe Grossi, fratello di don Vincenzo , «era solito radunare in casa sua il fior fiore dei sacerdoti della zona per un corso, quasi regolare, di filosofia e per discutere sopra questioni e problemi di attualità». Fu proprio in questo circolo di cultura, guidato e animato dal fratello, che don Vincenzo ricevette gli strumenti per comprendere la gravità degli avvenimenti e discernere l'atteggiamento da tenere.

Don Vincenzo fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1869, dal Vescovo di Brescia, Mons. Gerolamo Verzieri, essendo vacante la sede di Cremona dopo la morte del Vescovo mons. Novasconi (1867).

Iniziò subito il ministero sacerdotale come coadiutore ed economo in piccole parrocchie di campagna limitrofe al suo paese di origine, Ca' de' Soresini, Sesto Cremonese…

Quando giunse in Diocesi come vescovo mons. Geremia Bonomelli (1871), don Vincenzo venne nominato parroco a Regona (1873).

La nomina a parroco prima dei 30 anni era insolita, ma il Vescovo nei pochi elementi che aveva potuto raccogliere, dal suo ingresso in Diocesi, riguardo il Grossi poté fondare una referenza di alta stima per un compito di fiducia. Ci domandiamo come mai. Quale ideale di prete incarnava don Vincenzo così che il suo vescovo gli riservò uno sguardo particolare? Questo interrogativo ci introduce nel secondo punto della nostra conferenza:

 

•  Chi era e come doveva essere il prete e il parroco nella mente e nel cuore di don Vincenzo e come egli stesso incarnò il suo ideale di sacerdote.

•  Il parroco nella mentalità dell'Ottocento

All'epoca, nell'ambito della parrocchia, in particolare di quella rurale, qual è quella in cui Vincenzo Grossi svolse il suo ministero, il parroco era la figura fondamentale. Il suo era un ruolo di guida spirituale e morale. Tale ruolo era favorito dalla legge dell'inamovibilità, grazie alla quale il permanere a lungo, anche per tutta la vita, nella stessa sede ne aumentava la rilevanza religiosa e sociale. La sua missione era eminentemente «pastorale», avulsa da problematiche teologiche, snodata unicamente nel contatto diretto con i parrocchiani, dedicata interamente alla predicazione e alla catechesi, all'accompagnamento spirituale, ma anche all'«incivilimento» della popolazione.

Questo ritratto di parroco possiamo desumerlo anche dalla letteratura del tempo. Infatti, in una Enciclopedia ecclesiastica del 1860, il parroco viene definito «maestro, consigliere, amico, medico, modello, autorità del popolo» . E ancora: «Il parroco – si legge - deve stare a tutto col suo popolo e correre la stessa sorte» .

Questo il parroco nella concezione del tempo. Ma don Vincenzo che genere di parroco fu? Che cosa sappiamo di lui di questo periodo?

•  Il prete/parroco nella concezione di don Vincenzo Grossi

Sono arrivati a noi, tra i tanti, alcuni scritti del Grossi – la Conferenza sul Sacerdozio, quella sull'elezione popolare dei parroci ed altri. - che tratteggiano la figura e la missione del prete, quella intrinseca alla sua realtà di consacrato a Dio e da Dio e quella dipendente dal suo servizio.

Se sono riflessioni originali o rielaborate da testi letti o studiati, non lo sappiamo, certo è che non sanno di copiato o di esercitazione letteraria, ma trasmettono, anche attraverso il linguaggio e lo stile, una immediatezza che nasce più dal cuore e dalla esperienza personale che da un testo di ecclesiologia. Non solo. Oggi, noi che rileggiamo la sua vita e la sua esperienza, ci rendiamo conto che quelli che negli scritti potevano essere stati pensieri e desideri espressi e in qualche modo teorizzati, si sono via via concretizzati negli anni del ministero, divenendo vissuto quotidiano, perché don Vincenzo , come il curato d'Ars, si identificava con il suo ministero. Le testimonianze, delineando la sua vicenda umana, pastorale e spirituale di parroco, confermano questo quando lo descrivono noncurante di sé, distaccato da ogni desiderio di vanagloria, in una vita sobria e povera, instancabile nel prodigarsi per le persone a lui affidate e confermano in questo modo esattamente quanto don Vincenzo affermava in un passo nella Conferenza sul Sacerdozio: « Il prete deve sprezzar tutto, quando si tratta del servizio di Dio, in causa della vita divina che ha in sé e dello zelo della sua gloria che lo divora ».

Egli - Don Vincenzo ! - era un sacerdote che attribuiva l'efficacia della evangelizzazione e del suo ministero in genere alla eccezionale vitalità interiore che deve animare il sacerdote in cura d'anime.

Si legge in una istruzione, stesa da lui quando era già parroco: « Le anime privilegiate, come sono i preti e i religiosi, son tutte chiamate in una certa misura all'eccellenza della vita interiore. Un prete, un seminarista che vivesse estraneo a questa vita interiore, a questa vita di Cristo in lui e di lui in Gesù, non sarebbe che un cembalo stonato, un'ombra di prete, senza vigore » .

E don Vincenzo visse in unione costante con Dio e la Sua volontà, preoccupato delle «cose ultime», e a Dio diede tutta la sua vita, i suoi pensieri, i suoi affetti, credendo e sperando in Lui ed amandolo con tutto il cuore .

Il sacerdote, secondo don Vincenzo , deve risplendere per santità, saggezza e modestia, perché ha il dovere di esprimere quaggiù la vita di Gesù e di comportarsi come si comporterebbe Gesù. Ancora di più. Egli aggiunge che il sacerdote è chiamato a soffrire in silenzio, ad essere calpestato, battuto, oppresso... Per questo deve chiedere al contempo a Gesù lo spirito di penitenza per compiere quel dovere che si è assunto con il sacerdozio, cioè portare sopra di sé i peccati del mondo.

•  L'Eucaristia, centro della vita di don Vincenzo

Mosso da queste convinzioni, Vincenzo Grossi cercò e si avvalse di tutti quei mezzi che potevano aiutarlo ad assumere i connotati della identità di Cristo Gesù Redentore, nell'esercizio del suo ministero e in tutta la sua esistenza.

Il primo di questi mezzi, l'Eucaristia. Questa fu il centro della sua vita. In essa considerava iscritto il suo codice genetico di presbitero, per cui coltivò una profonda familiarità con l'Eucaristia e fu proprio questa che gli consentì di conoscere e di esprimere al meglio la sua identità di prete.

Alimentava questa sua unione con Gesù Eucaristia molto semplicemente con l'edificante celebrazione eucaristica e le frequenti visite a Gesù Sacramentato. Sentiva la necessità di rimanere per molto tempo accanto al tabernacolo, convinto com'era che « l'identità del sacerdote deve essere contrassegnata essenzialmente dalla comunione con Cristo » e coerente con quanto scriveva: « I preti devono avere e professare una devozione particolare al Santissimo Sacramento, ed è colle visite frequenti che si ottiene questa grazia. Staranno davanti al Santissimo Sacramento il più a lungo possibile e procureranno che i fedeli facciano altrettanto » .

Delle sue attitudini eucaristiche e oranti tutti i testimoni parlano nella misura dello straordinario. La sua fu infatti una spiritualità spesso fatta di silenzi. I silenzi della campagna, della canonica, della Chiesa poco frequentata. Quando gli impegni o la poca corrispondenza dei suoi fedeli li teneva legati alle case, ai campi o alle osterie, don Vincenzo non si perdeva, rimaneva lì, nel silenzio eucaristico della sua povera parrocchia rurale.

Nella vita e nella spiritualità di don Vincenzo non si può separare la sua vita eucaristica dalla cura d'anime, secondo quanto egli scrisse, che il prete, cioè, « non può sacrificare santamente un'Ostia estranea, né offrire una vittima consumata, se egli non è disposto a sacrificarsi e consumarsi con tale vittima ».

Rileggendo la sua vita, si può constatare che egli fu disposto davvero a consumarsi con Cristo. Percepì e visse il sacerdozio come un essere « rivestito di Gesù Sommo e Grande sacerdote per il Padre suo », per cui ogni gesto, anche quello più comune come il donare ai fedeli il «pane» sul quale aveva detto «questo è il mio corpo», implicava che non doveva « più riguardarsi di sé, ma di Gesù Cristo e dei fedeli al servizio dei quali essere sempre sacrificato ».

•  Da Gesù ai fratelli

La consapevolezza che il sacerdote è alter Christus , che il « prete è colui che continua la vita di Gesù Cristo », lo resero particolarmente sensibile ai bisogni del prossimo. Nella vita spirituale, infatti, più si è di Cristo, più si ama l'umanità, e « la grazia del sacerdozio è una fonte d'acque vive che deve espandersi sopra tutti i fedeli, per animarli alla vita divina », scrisse ancora nella medesima conferenza sul Sacerdozio.

Manifestò, infatti, la sua carità pastorale consumando tutte le proprie energie nel ministero, disposto a tutto pur di portare le anime a comprendere l'amore di Dio per loro.

E nel febbraio 1877 scriveva ancora che « tutto il sapere dei santi era Gesù Cristo, tutto l'intendimento della loro predicazione era Gesù Cristo, tutto lo zelo e la premura era far conoscere, adorare, amare Gesù Cristo. Quale obbligo, non abbiamo, o cristiani, voi di cercare Gesù Cristo e noi Preti di annunciarvelo il più spesso possibile! » .

•  Don Vincenzo evangelizzatore

La testimonianza più evidente della sua cura d'anime - cura che si svolse sui filoni tradizionali della liturgia e catechesi e dell'evangelizzazione e carità – testimonianza che supera in qualità e particolarità le testimonianze raccolte nella Positio, è la “fatica zelante” che egli pose nella sua preparazione e nell'aggiornamento. Come abbiamo già detto, restano di lui le raccolte della predicazione preparata sistematicamente, volta per volta, per ritiri, esercizi spirituali, dottrine e omelie, con una scrittura sempre uguale, ordinata come le argomentazioni che andava via via annotando. Significativa anche la presenza, tra questi scritti, di un catechismo di carattere dogmatico.

A lui premeva porre pietra su pietra, per edificare le anime. La sua dottrina procedeva per gradi, precisazioni, approfondimenti. Non troviamo nei suoi scritti l'autorità di un Padre della Chiesa, né l'ispirazione di un profeta. La sua predicazione era eccellente, densa ma non soffocante, rivelava di certo l'uomo istruito nella dottrina, come lo definì Bonomelli, l'assertore di principi sicuri, il «costruttore di coscienze».

Così l' immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall'altare al pulpito, dal pulpito alle strade e nelle case della sua gente, che visitava sistematicamente, e da queste al confessionale.

•  Confessore e guida spirituale

Sì, l 'esercizio del ministero del Grossi si espresse in modo particolare, quasi unico, nella frequenza al confessionale e nella direzione di coscienza. In questo richiama certo il grande Curato d'Ars e come il Curato d'Ars seppe trasformare il cuore e la vita di tante persone, riuscendo a far loro percepire l'amore misericordioso del Signore. Animato dagli stessi sentimenti di Cristo potremmo dire che fu “il bastone che sostiene e non la verga che ferisce” .

Trascorreva moltissimo tempo nel confessionale. Qui lo trovavano dal mattino presto sia i suoi parrocchiani sia quanti venivano dai paesi vicini . Le testimonianze dei fedeli di Regona e di Vicobellignano parlano di ore e ore passate a confessare, anche se le confessioni erano brevi e illuminanti, ma egli ispirava fiducia e confidenza, si mostrava affabile e paterno.

Particolarmente assidua l'affluenza della gioventù al suo confessionale tanto da suscitare l'invidia di qualche suo coadiutore .

•  La sua carità, ossia la sua passione per i giovani

La caratteristica, che coronò il suo zelo, fu la carità, che non possiamo ridurre alla generosità e alla condivisione di quanto possedeva con chi era nel bisogno - aspetto pur molto presente nella vita del Grossi! -, ma dobbiamo riferirla soprattutto alla dedizione ai suoi fedeli, e tra questi in particolare ai giovani.

La sua opera verso la gioventù fu di prevenzione e la svolse con uno stile familiare, potremmo dire domestico.

L'accoglienza era soprattutto una qualità del cuore e non una caratteristica delle strutture, perché queste in verità erano essenziali come le suppellettili, tanto che i danni che i ragazzi vi arrecavano non erano mai ritenuti gravi . Considerava molto dannoso, invece, che i giovani o i ragazzi frequentassero i luoghi di ritrovo degli adulti, dove i pericoli di essere introdotti nell'errore della fede o della morale o di abbandonare la pratica cristiana, erano più che probabili.

Organizzò sul modello degli Oratori cittadini, già attivi a Cremona , un oratorio festivo per tutta la gioventù, allestendo giochi adatti alle diverse età e costruendo un salone teatro dove potevano dedicarsi ad opere teatrali.

Per lui, come per San Filippo Neri nella Roma del ‘500 e per don Bosco nella Torino dell''800, si trattava di unire il gioco alla formazione culturale e religiosa; e in queste iniziative profuse tutte le sue energie e la sua creatività, senza spettacolarità, ma con efficacia, se i testimoni ricordano, pur lontani nel tempo, i momenti che condivideva con loro nel gioco, le sue raccomandazioni, i consigli preziosi, ma anche qualche scappellotto o qualche epiteto bonario, sfuggitigli per il rammarico di non vederli come avrebbe desiderato .

•  Regona e Vicobellignano: luoghi primari della sua missione

Parlando del ministero di parroco di don Vincenzo ho volutamente evitato di circoscriverlo o circostanziarlo con luoghi, persone e fatti particolari. Sappiamo però che le due realtà in cui esercitò la sua cura d'anime, Regona e Vicobellignano, erano tra loro molto diverse, sebbene per entrambe l'invio di don Vincenzo da parte di Bonomelli fu dettato dalla necessità di sanare situazioni pastorali che il vescovo vedeva oppresse da « tanti mali » .

Nel caso di Regona lo deduciamo dalle osservazioni che il Vescovo annotò di suo pugno in forma tutta personale e riservata in alcune “ Note ” in margine alla Visita pastorale, Note di cui si ebbe conoscenza solo molti anni più tardi. Da queste è possibile cogliere come il giovane parroco lavorasse, quale fosse la considerazione che il Vescovo gli riservasse, e quali i frutti di tanto zelo.

Scriveva, tra l'altro, il Vescovo Bonomelli il 23 gennaio 1876 dopo la visita: «Ragazzi bene istruiti – grande concorso alla parola di Dio – ai sacramenti – Non hanno libri cattivi – non giornali e non massime cattive. Il sigr Silva se ne fa propagatore invano. Parroco il Grossi don Vincenzo – giovane istruito, zelante, di massime eccellenti. Ripara ai mali del suo disgraziato antecessore. Laus Deo! » .

 

Delle motivazioni per cui fu inviato nella seconda parrocchia, Vicobellignano, la parrocchia della maturità, dove trascorse trentaquattro anni, don Vincenzo venne messo al corrente direttamente dal Vescovo nella lettera d'invito a presentare il suo nome e la relativa documentazione per la candidatura a parroco colà. Di questa riporto il testo per intero perché è davvero una grande testimonianza sul Grossi Parroco.

« Caro Grossi,

più considero il bisogno estremo di Vicobellignano e la lista dei concorrenti e più mi convinco che il Signore vi chiama colà a rimediare tanti mali, ond'è afflitta quella parrocchia. Per voi sarà un sacrificio grande, ma Dio certamente sarà con voi e voi farete gran bene, non ne dubito. Preparatevi alla meglio: oggi ho messo il vostro nome tra i concorrenti e se a vostro conforto volete la parola comando, eccovela: comando. Quella parrocchia ed in generale quelle parti, domandano preti e parroci pieni di zelo, disinteressati, esemplari, di grande carità, di somma prudenza ed istruiti: queste doti io ravviso in voi e sono certo di non ingannarmi. Andate dunque in nomine Domini: io spero che in dieci anni voi rialzerete quella parrocchia e farete scomparire il centro malaugurato onde l'eresia si spande nelle vicine Parrocchie. Questa sarà l'opera vostra e la Vergine benedetta ci concederà di vederla condotta a termine. Coraggio, mio caro e ricordatelo bene, Dio lo vuole e voi non sapete dove E gli vi condurrà! Mandatemi i soliti documenti per le formalità di ufficio.

Vi benedico di nuovo.

Aff.mo Geremia, Vescovo » .

 

È questa una lettera che ogni sacerdote vorrebbe sentirsi indirizzata per le parole di stima e di fiducia. Una lettera capace di motivare una persona ad affrontare qualsiasi sacrificio per rispondere alle aspettative nei suoi riguardi.

Se la prima esperienza come parroco a Regona non era stata facile, né scontata, ma poteva comunque avvalersi di una buona religiosità di fondo presente nel tessuto sociale e popolare, la nuova realtà a cui veniva inviato, Vicobellignano, godeva di una fama negativa dal punto di vista della evangelizzazione. Questo rese il ministero del Grossi più duro, più faticoso, forse incompreso. Qui regnò la quotidianità più anonima per il lento scorrere di mesi ed anni apparentemente sempre uguali. Qui Vincenzo Grossi purificò dalle scorie del riconoscimento e della gratificazione, una dedizione che è apparsa sempre più essenziale, ma indubbiamente più vera e profonda; qui maturò una disponibilità totalmente libera, la capacità di generare alla vita di fede assolutamente libero da un qualsiasi tornaconto, fosse pure giustificato dallo zelo. Qui nell'ordinarietà più assoluta don Vincenzo poté intessere la sua straordinarietà. Sappiamo, infatti, che, se una parrocchia può essere redenta da uno zelo esclusivo, non è meno efficace ai fini dell'opera della grazia un servizio costante e sofferto per un lungo periodo di anni .

 

•  Don Vincenzo Fondatore

Fin qui il “parroco” Grossi. E potremmo anche fermarci con questo aspetto perché la sua santità non è legata affatto e neppure accresciuta dall'altro filone del suo ministero, quello di Fondatore di un istituto, le Figlie dell'Oratorio. Semmai la Fondazione è stata come il frutto maturo della sua pastoralità, una ulteriore manifestazione della profondità della sua cura d'anime. In altre parole: non avesse fondato l'Istituto il Grossi sarebbe stato santo lo stesso!

Possiamo trovare una duplice conferma a questa affermazione:

- La prima: (nel fatto che) proprio la sua esperienza sacerdotale e pastorale, così comune tra il clero, ha forgiato in lui, quasi naturalmente, il fondatore ed ha determinato i connotati del carisma dell'Istituto a cui ha dato vita.

- La seconda: La cura per l'opera fondata non allontanò il Grossi dalla cura d'anime: egli continuò la sua missione di parroco fedele, zelante, vigile. Il ministero di parroco e il compito di Fondatore o “Direttore”, come egli stesso sempre volle essere chiamato, furono strettamente interdipendenti. Parrocchia e Fondazione camminarono insieme, perché l'idea delle Figlie dell'Oratorio nacque nella sua mente dalle necessità parrocchiali che egli sperimentava, giorno dopo giorno, nella propria comunità, ma anche in quelle dei confratelli dove era chiamato per collaborare nella predicazione. Anche questo contribuì a infondere nell'Istituto una forte e inconfondibile connotazione di pastoralità. Ed è qui che possiamo cogliere davvero l'originalità di don Vincenzo : le sue suore non dovevano operare in parallelo alla parrocchia, ma “nella” parrocchia, come parte integrante di essa, inserendosi vitalmente e operativamente in essa, senza distinguersi dall'ambiente circostante se non per l'intensa e alta spiritualità che doveva animarle. Dunque una originalità che si inseriva e si compiva nella più assoluta ordinarietà della vita di parrocchia, intrecciandosi con essa fin quasi a non distinguersi da essa… ma questo lo vedremo a breve.

•  Quando e come ricevette il carisma di Fondatore?

Quando Dio e il suo Spirito irrompono nella vita di un credente normalmente ciò avviene in un luogo determinato e in un'ora precisa. «Erano le quattro del pomeriggio... sulla riva del lago di Genezaret...» riporta il vangelo di Giovanni .

Ma gli intereventi di Dio non sono ripetitivi, sono sempre inediti, per cui ogni storia è una storia nuova.

Per don Vincenzo la riva del lago di Genezaret, è stato il confessionale della piccola e sconosciuta parrocchia di Regona.

•  La prima ispirazione

 

Proprio assistendo nella confessione e direzione spirituale una fedele parrocchiana di Pizzighettone, Vittoria Squintani, che si era offerta vittima per i sacerdoti, per la loro santificazione, egli incomincia ad avere in mente un progetto. Dapprima è solo una vaga idea, però è un seme gettato nel solco fecondo della sua vita di sacerdote .

Ed è proprio nella Squintani che don Vincenzo aveva individuato una sua prima cooperatrice, non tanto o non solo per le opere di zelo della parrocchia, quanto nella chiarificazione di ciò che lo Spirito andava suscitando nel suo cuore come nuovo servizio a favore della Chiesa.

Egli aveva esperienza diretta di sacerdoti suoi confratelli che avevano abbandonato il sacerdozio o, come scriveva Bonomelli in una lettera a suor Teresa Venturi il 5 marzo 1872, delle tante «miserie in questi poveri preti che da dieci, quindici, vent'anni non si confessano, che odiano il Papa, che hanno perduto la fede, e che assassinano le anime» e che «senza un miracolo non si può rialzare» .

Don Vincenzo conosceva da vicino questa situazione, l'abbiamo detto, perché a Regona aveva dovuto sostituire un confratello «disgraziato», secondo l'espressione di Bonomelli, che aveva procurato “mali“ alla parrocchia. Se da una parte la sua vita si svolgerà tutta in questo impegno a «riparare» pastoralmente alcuni mali dei suoi confratelli, dall'altra, illuminato proprio dalla speciale vocazione della Squintani, egli incominciò a vedere delinearsi la presenza e la missione di un gruppo di persone che potevano diventare una forza innovatrice in questo senso nella Chiesa: favorire la santificazione dei sacerdoti, secondo l'espressione in uso nel tempo, ovvero promuovere la coerenza dei sacerdoti alla loro vocazione.

•  Il progetto spirituale

 

Egli incominciò molto semplicemente. Anzitutto riunendo alcune giovani della sua parrocchia di Regona e delle parrocchie limitrofe che volevano consacrarsi a Dio. Queste misero a disposizione la loro casa, dove incominciano una certa vita comune, con l'intento di pregare per i sacerdoti e di compiere in loro aiuto opere di zelo per la gioventù.

La Squintani avrebbe dovuto essere la prima cooperatrice nella organizzazione della nuova istituzione, ma morì prematuramente: sacrificio di soave odore davanti a Dio. Don Vincenzo lesse questa morte come una conferma che quella era la nuova strada che lo Spirito voleva aprire nella Chiesa per essere percorsa.

La Provvidenza non mancò di fargli incontrare una nuova figura, Maria Caccialanza. Lui, suo confessore, vide in lei la persona che incarnava nella sua vita la nuova modalità di collaborare con i sacerdoti, quello che aveva intuito come un elemento del tutto nuovo e specifico per questa nuova istituzione, in altre parole, il carisma.

In un documento delle origini, in cui si delinea la figura di Maria Caccialanza, si sottolinea che offrì la sua vita specialmente per i sacerdoti, per i quali aveva una vera, profonda venerazione .

Lei, non facile al pianto, quando si imbatteva in sacerdoti non sufficientemente santi, ne era addolorata fino a piangere e per la santificazione del Clero abbracciava penitenze corporali volontarie.

Con lei accanto, sorella maggiore, spronate dal suo esempio, ma anche dalle sue parole, dalle sue istruzioni, oltre che dalle indicazioni e linee guida di don Vincenzo , le prime comunità si formarono, crebbero con questo stile, intorno a questo segreto del cuore, che oggi possiamo individuare come il nucleo del carisma: cooperare in modo speciale alla santificazione dei sacerdoti con l'offerta di se stesse, della propria vita.

Prima che uno sguardo alle attività sociali e pastorali, dunque, si tratta di una cooperazione che entra nel cuore della vocazione e della missione della persona del sacerdote.

•  Il progetto apostolico

Ma abbiamo visto anche come nel suo ministero pastorale don Vincenzo abbia avuto una attenzione particolare ad un settore specifico della parrocchia: la gioventù. E fu proprio la preminenza data, sin dai primi anni di ministero, alla gioventù, che vedeva nel pericolo, a orientarlo alla fondazione di un Istituto religioso femminile, come testimonia l'introduzione alle Regole che consegnò al suo Vescovo Bonomelli nel dicembre del 1900, e da questi approvate nel giugno del 1901. In essa si richiamano i pericoli in cui si trovava la gioventù femminile abbandonata a se stessa e la conseguente necessità di aiutare i parroci in questo particolare tipo di pastorale.

Importante è tenere presente che il contesto sociale che si stava creando nell'ultimo quarto del secolo XIX vedeva la famiglia oggetto e soggetto di grandi cambiamenti. La rivoluzione industriale tendeva a disgregare il nucleo familiare fisicamente e a volte anche moralmente, per cui spesso non era più un anello di trasmissione di valori cristiani.

Anche il cambiamento verificatosi nella parrocchia alla quale andava tutto il carico dell'evangelizzazione e dell'attività liturgico-sacramentale oltre che caritativa, funzioni condivise precedentemente con gli ordini religiosi soppressi, depauperati o impediti dalle leggi ad operare, impose ai sacerdoti un cambio organizzativo e formativo: molti si impegnarono in questo con frutto, ma non tutti furono all'altezza delle nuove esigenze pastorali. Non solo. Pur con la massima buona volontà i parroci furono costretti a dover trascurare alcuni settori della pastorale. Nel caso era la gioventù femminile a pagarne le spese, anche perché quella dell'epoca era considerata particolarmente dissipata e perchè era ritenuto sconveniente che un sacerdote avvicinasse delle giovani.

Preoccupato quindi che la gioventù femminile potesse rimanere senza l'assistenza religiosa, e, ancora di più, che una religiosa con abito religioso potesse avere più un effetto repellente che attrattivo, pensò di preparare queste donne, che da tempo seguiva come guida spirituale, ad essere cooperatrici dei parroci, senza presentarsi come suore.

 

•  Nel nome la missione ed uno stile

 

Don Vincenzo volle chiamare le sue suore “Figlie dell'Oratorio” non tanto per indicare il servizio che avrebbero svolto nell'oratorio, luogo privilegiato comunque della loro opera, ma per richiamare la paternità spirituale di san Filippo Neri, a cui si rifaceva, per coniugare insieme spiritualità, pastoralità e animazione, nella letizia e nella gioia.

Filippo nei suoi «oratori» contava sulla collaborazione dei laici. Sebbene come maestro di vita e di vita spirituale, non avesse nulla da imparare dai suoi discepoli, tuttavia pensava che il messaggio potesse arrivare meglio al cuore degli ascoltatori se presentato da un laico. Così don Vincenzo , quando pensò alle sue religiose, le volle laiche «di fuori», anche se religiose vere nel cuore, per arrivare, in questo modo, alle giovani, meglio di quanto possa farlo il sacerdote o una suora con abito religioso.

Le sue suore pertanto non avrebbero dovuto avere segni esteriori che indicassero l'appartenenza ad un ordine religioso, avrebbero dovuto vestire un abito semplice e senza velo, abitare in case in mezzo alla gente, lavorare per potersi mantenere economicamente e non gravare così sulla economia del parroco, partecipare alla vita religiosa della parrocchia, collaborare con i parroci nelle opere di zelo, “sottomesse a loro in tutto” ( Costituzioni 1901, nn. 1-6).

La questione dell'abito fu pertanto molto rilevante agli inizi, perché realmente dietro di essa c'era una questione di stile: uno stare insieme senza divisa, con profondo senso del servizio alla pari, pronte a integrare tutte le espressioni dello zelo parrocchiale.

•  Gli inizi

 

Quando nel 1883 venne inviato parroco a Vicobellignano, don Vincenzo non abbandonò il progetto di fondazione che come seme aveva gettato nel solco dei suoi primi anni di ministero pastorale, ma continuò a coltivarlo e a spanderlo altrove, nella nuova terra dove il Signore lo aveva chiamato.

Nell'arco di pochi anni, la richiesta di alcuni confratelli di avere nella loro parrocchia queste nuove religiose gli consentì di aprire una comunità a Ponteterra, a Viadana, a Breda Cisoni, a Buzzoletto, parrocchie limitrofe alla sua. La diffusione avvenne a macchia d'olio, poiché i parroci si passavano la voce circa la bontà di questo modo di cooperazione nella parrocchia: sempre piccole comunità senza opere proprie se non quelle della parrocchia o legate alla pastorale sociale della parrocchia.

Si diffuse da subito anche in diocesi di Guastalla, di Reggio Emilia e di Lodi, dove venne stabilita la casa madre. Alla sua morte le comunità erano 27 e le religiose 120.

Conclusione

Abbiamo ripercorso stasera alcuni tratti della vita, della spiritualità e dell'opera di don Vincenzo Grossi. L'abbiamo visto una persona straordinaria proprio nella sua semplicità; un prete comune tra la sua gente, ma un prete che ha saputo aprire gli occhi; che più che farsi condizionare dall'andazzo del momento, da questo si è lasciato interpellare ed ha scelto di offrire se stesso perché altri potessero ritrovare la “Via”, Gesù, e sentire l'abbraccio dell'amore del Padre. U n prete che, con la sua vita (storia) così “normale” ci ripete stasera che la santità è possibile, è vicina, realizzabile, che non rimane dipinta nei quadri o affrescata sui muri delle Chiese, ma che è viva nelle persone.

Alla santità don Vincenzo è arrivato, non è partito dalla santità e questo lo avvicina all'esperienza comune di qualunque persona di oggi. La santità è fatta di piccoli passi messi uno dietro l'altro con costanza, con impegno, con fiducia. Ora per noi il Grossi resta un modello non perché dobbiamo “imitarlo” nelle cose da lui fatte, ma perché dobbiamo farci illuminare dalla passione con cui le fatte, dalle motivazioni per cui le fa fatte, dall'impegno e dalla costanza con cui le fa portate a termine.

 

Indice

VINCENZO GROSSI:

UN PRETE STRAORDINARIAMENTE ORDINARIO

Casalmaggiore, 1 marzo 2010

 

 

Introduzione

1 Persone luoghi e situazioni che hanno contribuito alla crescita e sviluppo umano e spirituale di V. Grossi.

 

1.1. Il paese: Pizzighettone

1.2. La famiglia

1.3. La parrocchia

1.4. Il Seminario

 

2. Chi era e come doveva essere il prete e il parroco nella mente e nel cuore di don Vincenzo e come egli stesso incarnò il suo ideale di sacerdote.

 

2.1. Il parroco nella mentalità dell'Ottocento

2.2. Il prete/parroco nella concezione di don Vincenzo Grossi

2.2.1. L'Eucaristia, centro della vita di don Vincenzo

2.2.2. Da Gesù ai fratelli

2.2.3. Don Vincenzo evangelizzatore

2.2.4. Confessore e guida spirituale

2.2.5. La sua carità, ossia la sua passione per i giovani

2.3. Regona e Vicobellignano: luoghi primari della sua missione

 

3. Don Vincenzo Fondatore

 

3.1. Quando e come ricevette il carisma di Fondatore?

3.1.1. La prima ispirazione

3.1.2. Il progetto spirituale

3.1.3. Il progetto apostolico

3.2. Nel nome la missione ed uno stile

3.3. Gli inizi

 

Conclusione

 

 

Interrogato il rev.do don Amilcare Bombeccari sul perché sarebbe stato contento se la beatificazione del servo di Dio fosse ritardata ad avverarsi, rispondeva testualmente: «…In paese, dove sono vivi ancora molti che lo conobbero e trattarono con lui, il concetto che solitamente il nostro popolo ha della santità verrebbe un pochino sminuito nel caso della beatificazione del Servo di Dio; non perché si pensi che il Servo di Dio non sia ancora in Paradiso, ma perché nel concetto popolare si pensa che i santi che sono sugli altari abbiano fatto qualche cosa di più esplicitamente straordinario. Aggiungo che le persone che così pensano, sono di cultura religiosa inferiore alla elementare, e di cultura profana elementare». Cf. «Summarium super dubio» in Sacra Rituum Concregatione , Positio super virtutibus. Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Vincentii Grossi Sacedotis saecularis, Parochi et Fundatoris Instituti Filiarum Oratorii, Roma 1969, § 904.

Cf. G. Bonomelli , Note della Visita Pastorale , o. c., pp. 55-56.

Un particolare questo facilmente deducibile dagli scritti stessi, molti dei quali, secondo una abitudine di don Vincenzo , riportano generalmente non solo la data ma anche l'ora in cui sono stati composti.

Cf. «Parroco», in Enciclopedia Ecclesiastica, diretta da P. Pianton, Girolamo Tasso Edit., Venezia 1869, vol VI, p. 99.

Ibid ., p. 100.

Cf. La pietà e la vita interiore. Conferenza , manoscritto di Vincenzo Grossi, ASIL, Cof 1/3 n. 27.

Cf. Conferenza 41. Sul Sacerdozio , manoscritto di Vincenzo Grossi, ASIL, Cof 1/5 nn. 41; 41A

Predica sulla conoscenza di Gesù Cristo dell'8 febbraio 1977.

Cf. Royo Marin Antonio , Teologia della perfezione cristiana , Edizioni Paoline, Alba 1987, p. 991.

Cf. «Summarium super dubio», o. c., §§ 94, 733, 559, 135.

Cf. «Summarium super dubio» , o. c., §§ 654-655.

Cf. Ibid ., § 557, 207, 953. La teste Corinna Grezzi ricorda un episodio accaduto a lei che può essere davvero emblematico della capacità di accettazione dei giovani e dei loro «misfatti». Riferisce che una volta «discendendo dal palco del teatrino parrocchiale», dove aveva recitato la parte di spazzacamino, nella fretta «buttò giù una porta posticcia di legno che andò a colpire sulla testa don Grossi: non mi ha sgridata, ricorda, e ha preso la cosa in scherzo, pur avendo riportato una forte contusione». Cf. Ibid ., § 1015.

Cf. G. Gallina , «Il vescovo Geremia Bonomelli…» , o. c., p. 351.

Moderato com'era nel linguaggio, non possiamo pensare che don Vincenzo sia andato oltre il termine «balordo», come viene riferito (Cf. Ibid ., § 504). Ciò che richiama l'attenzione non è la parola in sé, che poteva suonare alla fine anche benevola, ma il moto d'impazienza che lo coglieva e che gli sfuggiva al controllo, anche se «ritornava subito al suo equilibrio», come si affretta ad aggiungere il medesimo teste delatore del particolare.

Cf. G. Bonomelli , Note della Visita Pastorale , o. c., p. 65.

L'originale della lettera è conservato in ASIL, Cart 4/1.

Cf. C. Bellò , L'umile pieve di don Vincenzo Grossi, o. c., p. 81.

Cf. Gv 1,39.

M. Ledovina , Lettere 1901-1926 – 1931-1961 , Stampa Tipografica La Grafica , Lodi 1988 , L XXXII, p. 113.

Cf. Epistolari odi mons. Geremia Bonomelli e suor Maria Teresa Venturi , a cura di G. Astori, Morcelliana, Brescia 1955, Lettera del 15 febbraio 1872, p. 73.

La notizia qui riportata è presente in tutti i Cenni Storici a disposizione – sono diversi, dal primo senza data ma presumibilmente del 1900/1901 all'ultimo del 1955! -, a dimo­strazione della importanza che aveva per l'Istituto la testimonianza di vita di que­sta prima Superiora generale. .

 


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