"IMPEGNO COL VIVENTE"
 
da "Ritrovarci": anno XXX - numero 2 - marzo 2006

Don Alberto

Stiamo per celebrare la festa di Pasqua. E la Pasqua ci annuncia che Cristo è il Vivente; e che noi cristiani siamo a Lui contemporanei e dunque di Lui e della sua novità dobbiamo rendere testimonianza nella nostra vita. Ho riletto in questi tempi uno dei libri più interessanti di don Primo Mazzolari, "Impegno con Cristo", scritto nel lontano 1942, in piena guerra mondiale. Uno dei capitoli più suggestivi porta proprio come titolo: "Impegno col Vivente". Fra le tante suggestioni circa l'impegno della testimonianza, voglio riportare due passi, che mi appaiono di grande attualità nel momento presente.
Il primo: "La prima condizione, richiesta al testimone o al profeta, è una chiara coscienza cristiana per discernere ciò che conviene e ciò che non conviene col Vangelo. La prima cosa che va difesa sul piano religioso per aiutare il confronto del nostro mondo col Cristo, è la chiarezza del nostro giudizio cristiano". E continuava: "Nel generale ottenebrarsi e dissaldarsi delle coscienze, resti almeno ferma e precisa la 'mens christiana' che, se al momento non può dominare la storia, resistendo - com'è suo dovere - ad ogni invasione, finirà per disporre le introduzioni indispensabili dell'ordine nuovo". Come non trovare sorprendentemente attuali queste parole? Anche perché, se non erano scontate nella cristianità di ieri, provata da una terribile guerra, ma ancor di più da un oscuramento delle coscienze e dall' attesa di un nuovo assetto sociale e civile, men che meno appaiono scontate nella cristianità di oggi, assalita da altri pericoli e tentata più che mai da quella "secolarizzazione interna alla Chiesa" (sono espressioni di Benedetto XVI) che faceva già dire a Paolo VI, a pochi mesi dalla sua morte, che nella Chiesa era entrato "un pensiero non cattolico", se non addirittura "il fumo di Satana". Senza giri di parole: mi sembra che nell'ora presente la Chiesa manifesti una certa afasia più al suo interno, che non nella sua esposizione al mondo. E' un'afasia sottile e impercettibile: che toglie però la passione e il coraggio della testimonianza, perché la seduzione del dialogo a tutti i costi, dell'accoglienza a tutti i costi, della tolleranza a tutti costi, della mediazione a tutti i costi (e su "valori non negoziabili") rischia di offuscare e di svalutare il "nostro giudizio cristiano". Infatti, qualche pagina dopo, don Primo scrive: "Accanto a una chiara coscienza cristiana, il testimone o il profeta deve vigilare sulla verità con la stessa sollecitudine della Chiesa che ne ha il mandato divino, dare l'allarme ad ogni accenno di insidia occulta o palese; spingere i più riottosi a portare sul piano religioso i problemi temporali". Oggi spesso si invoca una profezia alla rovescia: il vero cristiano sarebbe colui che pone sotto un costante dubbio la verità proposta e insegnata dalla Chiesa; colui che, nel dialogo con gli altri, si premura di mettere tra parentesi la sua fede cristiana, per timore di infrangere il dogma della laicità, che ci sta perseguitando da tempo; colui che mostra maggior stima verso le leggi della Repubblica che verso il decalogo biblico; colui insomma che per timore di obbedire a Dio, preferisce obbedire agli uomini, anche e soprattutto in quelle cose che appartengono a Dio e alla coscienza, più che alla legge e agli schieramenti politici. Oggi ci si lascia spesso intimorire dalla "modernità", declinata continuamente in chiave antireligiosa e anticristiana. Il "progresso" - una magica parola di matrice illuministica, che seduce anche non pochi cristiani - viene fatto coincidere con l'esclusione di Dio, quanto meno dalla vita pubblica e sociale, dove la gente vive la propria avventura umana con le proprie passioni e le proprie speranze. La religione diventa una "cosuccia dell'anima", per gente devota e pia, ma che non può esser ritenuta degna di una ribalta storica, di una consistenza culturale e di un'attenzione politica. L'andare in chiesa, il professarsi cristiani, il vivere in comunione con i propri pastori, il testimoniare e l'annunciare una visione della vita che deriva dal Vangelo ed è convalidata da venti secoli di esperienza cristiana: tutto questo viene spesso buttato sul ridicolo, vien fatto passare come segno di bigottismo, viene ritenuto come alternativo alla autonomia del pensiero e alla libertà di azione, tipici della cultura moderna, e dunque come un disvalore, quasi una colpa di cui vergognarsi, e comunque un regresso. E così anche le giovani generazioni di fatto vengono costrette a respirare un'aria sempre più neopagana, sempre più neutralista: sì, i nostri giovani vengono resi, anche sul piano della loro formazione culturale e del loro itinerario scolastico, sempre più estranei al cristianesimo, anzi talvolta educati a prenderne le distanze, perché la storia cristiana viene presentata solo nei suoi aspetti negativi e nelle sue palesi e volute falsificazioni, finalizzate ideologicamente al discredito della Chiesa cattolica e della fede cristiana, e al rafforzamento di rendite politiche.
Un secondo passo: di fronte alla domanda che vien posta a don Mazzolari "il cristianesimo ha esaurito la sua funzione storica?", don Primo risponde: "Una religione che non intacchi la realtà e non fermenti sotto i passi del credente, che contempli e non faccia la storia, cessa di essere un problema per diventare un capitolo della storia delle religioni, che, come ognuno sa, è il cimitero delle religioni". E argomentava: "per i cristiani dei primi tempi e dei grandi secoli medievali [da notare il giudizio di Mazzolari sul Medioevo, molto distante da certa storiografia che ancor oggi domina nei manuali scolastici, ndr.], il peccato non ebbe un significato interiore o soprannaturale soltanto. Esso abbracciava la vita, quindi anche la storia, mirando in ogni campo alla liberazione dell'uomo dal male". E concludeva: "La grande parola evangelica - date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio - confermata nella dichiarazione apostolica - meglio obbedire a Dio che agli uomini - non vuole dire separazione o disinteresse del mondo dello spirito dal mondo materiale, ma la liberazione dello spirituale da ogni oppressione". Anche nella cristianità di oggi non è scomparsa l'enfasi della distinzione tra i due piani - naturale e soprannaturale - che ha provocato e continua a provocare una frattura e spesso una inimicizia, di tipo schizofrenico, tra l'esperienza umana e l'esperienza cristiana, tra l'appartenenza al mondo e l'appartenenza alla chiesa, tra l'obbedienza alla propria coscienza e l'obbedienza alle leggi di Dio. Si tenta perfino di intimare alla Chiesa di interessarsi alle "cose di Dio": come se le questioni che attengono alla vita, all'amore, al matrimonio e alla famiglia, all'educazione dei figli, all'economia, alla giustizia e alla pace…siano eticamente indifferenti, e non avessero precisi radicamenti e orientamenti nelle fonti bibliche, nel messaggio del Vangelo e nella tradizione cristiana. Si vuole, insomma - strano paradosso di qualche cristiano che si dice impegnato nella vita sociale e dunque dovrebbe tendere ad una religione "incarnata" ispirandosi alla dottrina sociale della Chiesa - tornare a riproporre la stanca tesi di una fede religiosa che, in nome del solito dogma della laicità, si interessi solo alle "cose del cielo", e lasci finalmente le "cose della terra" ai politici, ai faccendieri, ai finanzieri, agli scienziati, ai giornalisti… E così si rende del tutto irrilevante, sul piano storico e quindi esistenziale, l'avventura cristiana, svigorendola dall'interno e confinandola nel perimetro delle sagrestie e nell'intimità delle coscienze. Una religione del genere, che non ha nulla da dire all'esperienza umana, a chi mai può interessare? Quali moti e quali passioni può accendere?
Se nell'ultima crisi di governo qualche esponente di fede comunista, per una questione di coerenza nei confronti delle proprie (pur discutibili) convinzioni, ha disatteso gli ordini di scuderia, perché mai un cristiano non dovrebbe avere il coraggio di rinunciare a qualche poltrona che conta, per sostenere, senza estenuanti mediazioni, valori non negoziabili?
La Pasqua torni ad essere "impegno col Vivente". Il che può anche voler dire, come affermava Savino Pezzotta in un'intervista di qualche settimana fa, "essere pronto, non dico al martirio, ma almeno a pagare qualche prezzo. Il cristiano che non paga prezzi non testimonia".

Don Alberto


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