PER IL PAPA, IL FUTURO DELL'EUROPA E' NEL SUO PASSATO CRISTIANO
Nel documento (130 pagine, 6 capitoli) che conclude il Sinodo dei vescovi dell'ottobre del 1999, Giovanni Paolo II traccia ampiamente la situazione attuale dell'Europa e ne delinea il domani da costruire soprattutto da parte dei cristiani sotto il profilo religioso, morale e culturale.
da "Ritrovarci": anno XXV - numero 4 - aprile 2003

di Mons. Alessandro Maggiolini, Vescovo di Como


Chi, all'annuncio dell'esortazione apostolica "Ecclesia in Europa", si aspettava soltanto l'ennesimo tenace appello asciutto, perentorio e supplichevole del Papa perché nel Trattato costituzionale europeo che si sta votando fosse inserito il richiamo al cristianesimo, è rimasto felicemente stupito.
Il documento si svolge interamente alla luce della speranza. Ma di speranza sembra ne occorra molta, poiché ci si misura con un'impresa ardua e in un ambito per molti versi contaminato e scosso.
Il Papa non rinuncia a richiamare, con qualche fatica, gli aspetti positivi dell'Europa quale si presenta oggi: la libertà religiosa conquistata all'Est, il concentrarsi della Chiesa sulla missione spirituale, il suo impegno di evangelizzazione, la presa di coscienza della responsabilità di tutti i battezzati, l'aumentata presenza della donna nella società, eccetera. Ma si mostra assai poco entusiasta quando evidenzia quelli che giudica ostacoli all'Unione Europea: la diversità - addirittura l'estraneità e qualche opposizione - tra le nazioni che sono chiamate a formare l'Europa, una certa paura del futuro, una diffusa frantumazione dell'esistenza, l'affievolirsi della solidarietà, un'antropologia senza Dio e senza Cristo, per non parlare della disgregazione della famiglia, della denatalità, del diffuso fenomeno dell'aborto procurato anche farmacologicamente, della pratica della manipolazione genetica che si va ampliando, eccetera.
Più a fondo, il Papa scorge un continente largamente demotivato e profondamente depresso di fronte ai propri compiti: bisogna evangelizzare le culture, ma spesso ci si imbatte in popolazioni di vecchia tradizione di fede che quasi nulla sanno più del cristianesimo e si trovano nella condizione di dover ricevere pressoché il primo annuncio evangelico. Con un'aggravante: che molti, anche tra gli intellettuali, si illudono di conoscere, ma di fatto ignorano il patrimonio di avvenimenti, di certezze, di valori e di norme ecclesiali che hanno appreso durante l'infanzia. Al punto che - afferma il Papa - "nel continente europeo non mancano certo i prestigiosi simboli della presenza cristiana, ma con l'affermarsi lento e progressivo del secolarismo, essi rischiano di diventare puro vestigio del passato". Musi, archivi, raccolte di opere arte che non si colgono più nella loro vivacità e bellezza per la mancanza di una adeguata sensibilità: un certo estetismo non è ancora mentalità e stile di vita. Praticanti, magari, ma non credenti e senza memoria religiosa. Silenziosa apostasia.
Va da sé che Giovanni Paolo II disegna un'Europa che sia unita non solo geograficamente, economicamente e politicamente, ma anche e innanzitutto sotto il profilo spirituale. In una perfetta laicità che non si corrompa in un "laicismo ideologico", dal momento che riconosce una legge morale universale. A questo scopo il Papa chiama alla responsabilità i cristiani - che non sono meno cittadini degli altri - e tutti gli uomini di buona volontà. E presenta il Signore Gesù risorto come causa, modello e fine dell'umanità rinnovata.
Il cammino da percorrere è lungo e irto, come si vede. Ma nulla va lasciato intentato: la speranza è più necessaria nelle tappe di difficoltà. Sta la enigmatica parola di Cristo: "Il figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?". E il Papa chiosa: "La troverà (la fede) su queste terre della nostra Europa di antica tradizione cristiana?".
Dopodiché, specialmente nel capitolo sesto, Giovanni Paolo II torna a domandare l'inserimento del Cristianesimo nella bozza di Costituzione europea dal momento che non si ha Europa senza Cristianesimo. O meglio: "Occorre qui ricordare lo spirito della Grecia antica e della romanità; gli apporti dei popoli celtici, germanici e slavi, ungaro-finnici, della cultura ebraica e del mondo islamico". Ovviamente ponendo il Cristianesimo come "elemento centrale e qualificante", capace di accogliere, purificare e integrare "i molteplici contributi arrecati dagli svariati flussi etnico-culturali che si sono succeduti nei secoli".
Qui Giovanni Paolo II chiede un corretto rapporto con l'Islam, nella consapevolezza del "divario esistente tra la cultura europea, che ha radici cristiane, e il pensiero musulmano"; chiede anche la reciprocità dell'ospitalità anche nell'ambito religioso: "Si comprende la sorpresa e il sentimento di frustrazione dei cristiani che accolgono, per esempio in Europa, dei credenti di altre religioni dando loro la possibilità di esercitare il loro culto, e che si vedono interdire l'esercizio del culto cristiano nei Paesi in cui questi credenti maggioritari hanno fatto della loro religione l'unica ammessa e promossa". Libertà religiosa. E se i costituenti europei vorranno accogliere l'invito papale faranno cosa giusta e logica. Altrimenti si tengono i loro puntigli; ma i cristiani non si ritraggono dai loro impegni.
C'è una parola anche sull'immigrazione. Essa va vissuta con un senso di accoglienza e di ospitalità; le autorità devono "esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione del bene comune. L'accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi".
Nessuna esortazione a vanvera.


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